L’Italia è nella tenaglia israelo-americana dopo l’assalto di Donald Trump a Giorgia Meloni per il mancato sostegno contro l’Iran e lo scontro con Tel Aviv sull’accordo sulla Difesa? Più in generale, Roma deve fare i conti con una tempesta geopolitica mediorientale che ci tocca da vicino. Marco Carnelos legge queste sfide con attenzione da studioso e commentatore e si confronta con InsideOver a riguardo. Carnelos è stato a lungo un funzionario d’alto rango, avente alle spalle venticinque anni nella carriera diplomatica, incarichi in Somalia, Nazioni Unite, Iraq e come consigliere di tre Presidenti del Consiglio in diversi ambiti (Medio Oriente, Terrorismo, Russia, promozione economico-commerciale, attrazione degli investimenti). Ultimo incarico è stato quello di ambasciatore d’Italia in Iraq. Di recente ha pubblicato assieme a Gianni Castellaneta il saggio Berlusconi – Il mondo secondo lui.
Donald Trump ha attaccato Giorgia Meloni a freddo. Dopo molti tentativi di tenere in equilibrio atlantismo e legami con l’Europa, come dovrà reagire la premier?
“L’attacco a freddo da parte di Trump la Meloni doveva attenderselo e forse lo aveva anche messo in preventivo. Se il Presidente USA non ha riguardo nemmeno per un Papa americano, figuriamoci se può averlo per il Premier di un Paese che – benché un alleato fedele (forse troppo) – è situato comunque in un continente come l’Europa che nel Presidente USA e tra i suoi cortigiani suscita solo disprezzo. Il Presidente del Consiglio ci ha comprensibilmente provato, per un po’ di tempo gli è andata bene, è riuscita a fare esercizi di equilibrismo certamente non facili, ora si ritrova all’improvviso spiazzata non su uno ma addirittura su 3 fronti, in Europa, in America e in Asia . In queste condizioni non è che possa fare molto, soprattutto perché Trump si sta rivelando una sorta di Re Mida al contrario, tutto quello che tocca lo trasforma non certamente in oro ma… Qualcuno intorno a lei era ed è pagato per prevederlo, forse lo ha fatto, ma non sembra sia stato ascoltato. Non saprei”.
L’Italia è in una situazione delicata. La guerra nel Golfo la tocca economicamente. Il puntello ai partner regionali e la difficoltà a un’azione comune Ue vanno di pari passo con le distanze da Usa e Israele. Che impatti avrà questa crisi sul medio periodo?
“In effetti usciamo perdenti su tutti i fronti. Vi erano ampie possibilità e motivazioni per sganciarsi prima, anche da Israele, doverlo fare ora, tutto insieme e frettolosamente sia sul fronte USA che israeliano, finisce per alimentare la forte percezione di una débâcle che sta prendendo rapidamente forma. I Paesi del Golfo – mi auguro – ci presteranno una certa attenzione, ma anche loro hanno le loro gatte da pelare, anche perché Trump non appare rassicurante nemmeno per loro. Sponde in Cina non le troveremo dopo la denuncia del MoU sulla Via della Seta, a Pechino – contrariamente a Roma – hanno una memoria lunghissima. Quanto all’Europa, la Meloni non può contare su sponde solide e la crisi nel medio periodo, che poi è quello che coinciderà con gli importanti appuntamenti istituzionali ed elettorali del 2027, avrà un impatto forte come evidenziano anche le ultime previsioni, nere, del FMI. Non possiamo certo reinventarci una nostra dignitosa collocazione internazionale così all’improvviso contando solo sul Piano Mattei (con tutto il rispetto per i suoi destinatari) o su una – attualmente non esistente – politica nei confronti dell’America Latina”.
In quest’ottica, si inserisce anche la querelle sull’accordo sulla cooperazione nella Difesa tra Italia e Israele. Che scenari segnala il distacco italiano?
“In primo luogo, che ci stiamo finalmente svegliando! Ma, come al solito, troppo poco e troppo tardi. Il mancato rinnovo automatico dell’Accordo sulla Difesa con Israele fa ridere, è una misura tampone, equivale a richiedere che Israele metta la marmitta catalitica ai suoi carri armati che scorrazzano a Gaza, in Cisgiordania e Libano. In secondo luogo, si profila una situazione comunque minacciosa come da allusioni di ambienti governativi di Gerusalemme nelle ultime ore, soprattutto se si rivelasse vero che tempo fa avremmo sub-appaltato allo Stato ebraico tutta la nostra cyber-security. Quello che invece occorre capire è che Governi super ideologizzati e messianici come quello di Netanyahu non saranno mai contenti del sostegno ricevuto, da chiunque. Basti vedere il trattamento sprezzante ricevuto dal Cancelliere Merz da parte del Ministro Smotrich dopo che la Germania ha offerto copertura totale ad Israele negli ultimi tre anni”.
Il ministro degli Esteri Tajani ha espresso la volontà italiana di giocare un ruolo nella pacificazione del Libano. Ipotesi possibile dopo questi sviluppi?
“Avremmo dovuto farlo diverso tempo fa. Abbiamo smesso di giocare un ruolo in Libano da quasi un ventennio, lasciando campo libero alla Francia, che peraltro non ha combinato nulla. Il Trattato del Quirinale potevamo almeno utilizzarlo con questa finalità ma temo che nessuno ci abbia pensato, ammesso poi che Parigi fosse effettivamente interessata. Ora se ne stanno occupando per la seconda volta gli Stati Uniti, con la solita – “ermetica” – sponda saudita; ma si è purtroppo visto quanto poco Israele si sia sentito vincolato dal cessate il fuoco dell’Autunno del 2024 patrocinato da Washington. Adesso Trump ci riprova con un formato certamente innovativo (colloqui diretti Israele-Libano) ma visti i precedenti – anche più recenti – e soprattutto il curriculum ed il retroterra politico-culturale di chi coordina la politica USA nella regione (mediatori inclusi) in una scala di ottimismo da 1 a 10 mi posizionerei a -4”.
Sul cambio di paradigma italiano, quanto può aver pesato lo scotto della sconfitta referendaria di Meloni, arrivata anche sulla scorta delle critiche al governo per la linea pro-Trump e per l’atteggiamento tenuto su Gaza, e l’emersione di un trend che vede sconfitti tutti gli alleati del presidente Usa nei voti nel mondo?
“Non ho ancora visto analisi scientifiche del voto che mettano in correlazione la nostra politica estera con la sconfitta referendaria, ma sospetto che un nesso possa esservi. Peraltro, ho invece un ulteriore sospetto: che la sconfitta al referendum (a prescindere dalle ragioni profonde) possa essere l’innesco dell’inizio del declino del Governo Meloni come la disfatta in Libia nella primavera del 2011 lo fu per Berlusconi. L’autocritica che la nostra Premier non ha voluto fare sul referendum potrebbe uscire – o già si intravede indirettamente – sul fronte della politica internazionale. Ma se l’onda lunga – catastrofica e destabilizzante – del conflitto nel Golfo voluto dai due sodali della Premier (Trump e Netanyahu) dovesse effettivamente – come temo – determinare un logoramento feroce e costante, allora le “palesemente sofferte” prese di distanza della Premier potrebbero risultare ampiamente insufficienti. Alla Meloni a quel punto resterebbe solo una speranza: la storica memoria corta degli italiani”.
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