Lo si era detto già nei giorni più intensi dell’operazione Primavera di Pace, avviata da Ankara nello scorso mese di ottobre: lo scenario siriano avrebbe potuto avere ripercussioni, dal punto di vista italiano, anche su quello libico. E così, in parte, è stato. Roma ha condannato, come del resto l’intera Ue, l’attacco deciso dalla Turchia nel nord della Siria, sottovalutando forse che Ankara è uno dei principali alleati del governo di Al Sarraj in Libia, sostenuto dall’Italia. E le conseguenze di quei dissapori emersi ad ottobre, oggi stanno venendo a galla.

Roma snobbata da Tripoli

In questi ultimi giorni sullo scenario libico è piombato come un macigno l’accordo sulle Zee, le Zone Economiche Esclusive, sottoscritto dal governo di Al Sarraj e dal presidente Erdogan. Turchia e Libia cioè hanno concordato dei confini che ridisegnano la cartina del Mediterraneo: secondo questa intesa, per la verità ancora non attuata e difficile da rendere tale fin quando in Libia permarrà la guerra, i due paesi riconoscono confinanti le proprie rispettive Zee, tracciando sulla mappa un “corridoio” turco – libico in grado di isolare la Zee greca da quella cipriota e la Zee egiziana da quella greco – cipriota. Un accordo quindi destinato a creare una profonda spaccatura sia geografica che politica in un’area strategica, quale quella del Mediterraneo orientale.

L’intesa tra Tripoli ed Ankara è quindi molto delicata. Eppure, Al Sarraj non ha avvisato, stando a quanto emerso da diverse fonti diplomatiche, l’Italia. Quello che dovrebbe essere il paese di riferimento per il governo stanziato a Tripoli, non è stato minimamente calcolato. Segno di come oramai sia Roma che l’intera Unione europea non vengono visti dai libici come attori determinanti. Dal canto suo, la Turchia irritata per la posizione italiana espressa ad ottobre, non ha esitato a porre in essere un accordo con Al Sarraj che rischia di aumentare le tensioni nell’area. Ed oggi per il nostro paese risulta difficile mediare. A Tripoli guardano con diffidenza le mosse del governo italiano, dopo le critiche ed i tentennamenti in sede di automatico rinnovo del memorandum. Ad Ankara l’Italia è percepita come un attore sempre meno importante, contro il quale vi è inoltre irritazione per la minacce di ritorsioni sulla vendita delle armi avanzate dal governo Conte II durante l’operazione nel nord della Siria. Ed ecco quindi che ad oggi risulta difficile fermare le forti velleità di Erdogan in Libia, anche e soprattutto quelle a discapito dei nostri interessi.

Un dossier sempre più difficile da seguire

Il problema principale però è che, come affermato già in altre occasioni, l’Italia sulla Libia ha perso un po’ la presa e questo già da diversi mesi. Dopo il vertice di Palermo dello scorso anno, le offensive di Haftar, la crisi di governo, il cambio di esecutivo ed i problemi interni all’attuale maggioranza, non stanno facilitando l’intesa sulle strategie complessive da attuare in Libia. L’impressione è che si navighi a vista, aspettando l’occasione o la prima finestra utile per provare a rientrare in gioco. In tal senso, la conferenza di Berlino di cui si è parlato nei giorni scorsi potrebbe rilanciare l’azione dell’Europa e dell’Italia, ma l’appuntamento potrebbe anche saltare. Fissato per il mese di novembre, è stato fatto slittare a dicembre ma adesso si parla di gennaio e c’è chi paventa una definitiva cancellazione. Usa e Qatar sarebbero i paesi più scettici sulla possibilità di organizzare la conferenza a guida tedesca.

La Libia richiede un costante impegno diplomatico per via della difficoltà dello scenario che da anni attanaglia il paese nordafricano. Sono tante le situazioni che interessano l’Italia: dai rapporti con Al Sarraj a quelli con Haftar, con quest’ultimo che di recente ha rivendicato l’abbattimento di un nostro drone, passando alla sicurezza degli stabilimenti dell’Eni non lontani dai campi di battaglia. Il problema però è che la politica è distratta da altro, lo stesso premier Conte, che ha seguito in prima persona il dossier specialmente lo scorso anno, ha ben altre grane da affrontare e manca un incipit chiaro per seguire una decisa linea strategica. Così facendo però, l’Italia rischia grosso.