La caduta del Pil dello 0,2% nel trimestre finale del 2018 ha restituito per la prima volta dopo anni l’immagine di un’Italia ufficialmente in recessione tecnica, ma non è sufficiente a etichettare il nostro Paese come il “malato d’Europa”. Se da un lato in Italia la polemica si è ridotta al solito gioco di accusa e controaccusa tra governanti attuali e loro predecessori, con Carlo Calenda che è arrivato alla paradossale azione di accusare di un deficit troppo ridotto un governo attaccato ferocemente in passato proprio per la scelta di sfondare la soglia del 2% nel rapporto tra disavanzo e Pil, dall’altro si sono ignorate le congiunture internazionali che spingono per un ampliamento della buriana al resto dell’Eurozona. 

L’Italia, infatti, non è sola. Lo ha scritto con puntualità Ed Conway, responsabile economia di Sky News Uk, secondo cui “quella italiana è la prima recessione in una delle maggiori economie europee in mezzo decennio, ma è improbabile che sia l’ ultima: la Germania potrà evitare i due trimestri consecutivi di contrazione, ma sta affrontando il semestre più debole dal 2012”, avendo impattato a crescita zero per cambiamenti congiunturali dovuti, principalmente, al rincaro delle bollette energetiche.

In Germania stanno venendo al pettine numerosi nodi connessi alle problematiche sociali crescenti, alle disuguaglianze e alla stagnazione di salari e consumi prodotte dalle riforme Hartz di inizio millennio; in secondo luogo perché, come detto, il 2019 si prospetta come un anno di generale rallentamento dell’economia europea. E a questo rallentamento le politiche di Berlino hanno contribuito in maniera non indifferente, inoculando nel mainstream europeo l’avversione alle politiche di espansione della domanda aggregata e il sostegno alle misure di austerità che hanno, negli ultimi anni, pregiudicato la ripresa europea a scapito di quella del resto del mondo.

Queste, secondo quanto scritto da Daniele Capezzone su La Verità, “sono considerazioni che i media e la politica italiana farebbero bene a inserire nel nostro dibattito. Perché l’Ue nel suo complesso rifiuta politiche espansive e sembra preferire alla crescita il catechismo dei suoi parametri? Donald Trump, nella sua grande eterodossia, ha adottato una ricetta metà liberista (taglio-choc di tasse e deregolazione burocratica) e metà keynesiana (potenti investimenti pubblici): il risultato è una crescita spettacolare. L’Ue, invece, dice no a tutto: sia agli investimenti che ai tagli di tasse”.

Nella sua analisi per il quotidiano milanese l’ex deputato di Forza Italia prosegue poi ad analizzare le conseguenze della fine del quantitative easing di Mario Draghi: “Comunque la si pensi sulla Bce e sul Qe, era chiaro che la fine di questo programma avrebbe creato un effetto di incertezza generale. Ora, com’è noto, la Bce ha preso tempo e si è riservata altre ipotesi. C’è da chiedersi come mai non si annuncino misure complessive di garanzia per i debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super-estintore in grado di spegnere molti fuochi”, come del resto va predicando da tempo Paolo Savona in seno al governo italiano.

La vera e propria Caporetto borsistica verificatasi su scala globale negli ultimi sei mesi del 2018 ha portato le banche centrali all’incertezza più totale e all’incapacità di porre in essere azioni coordinate. Svanita la prospettiva di drenare dai mercati la liquidità in eccesso che aveva portato a un’inflazione eccessiva dei valori borsistici attraverso un graduale incremento dei tassi, constatata l’esistenza di centinaia di imprese tenute artificialmente in vita e in borsa solo dalla possibilità di finanziamenti a tassi agevolati, le banche centrali sembrano ora pronte a ricominciare una fase espansiva senza tuttavia curarsi della destinazione produttiva del valore messo in circolazione. 

Questa fase di volatilità e incertezza rischia di vedere l’Unione europea estremamente vulnerabile se dovesse nuovamente palesarsi il rischio di una recessione innescata da una turbolenza di natura finanziaria. E anche in questo campo, non è certamente l’Italia il detonatore più rischioso. I derivati di Deutsche Bank sono storia nota ma taciuta, ma come non scordare l’indebitamento privato delle famiglie francesi, che concorre a un debito complessivo pari al 400% del Pil, o la potenziale spada di Damocle dei debiti degli enti locali cinesi e del debito corporate statunitensi, la cui esplosione potrebbe travolgere il mondo?

Il principale problema dell’Italia, in questo contesto, sembra essere la difficoltà a parlare con una voce sola per rassicurare gli investitori internazionali che, soprattutto da Oltreoceano, guardano con interesse al Paese. Fonti vicine al governo sentite da Gli Occhi della Guerra assicurano che è proprio l’incertezza sulla consistency delle dichiarazioni degli esponenti del governo, principalmente in materia di finanza pubblica, ad impedire agli osservatori stranieri di farsi un quadro chiaro. Ma questo è un problema comune tanto al governo Conte quanto agli esecutivi che l’hanno preceduto. In ogni caso, la manovra per il 2019, contrariamente alle prescrizioni di ministri cauti come Savona e Giorgetti, non prevede alcun rafforzamento degli investimenti pubblici produttivi capace di fungere da volano alla ripresa. Mentre anche l’Unione Europea si scopre impreparata a una potenziale recessione, è oramai palese che proprio dal rilancio della capacità di intervento dello Stato in economia partirà il meccanismo che potrebbe consentire di porre un argine alle instabilità a livello sistemico.