È dal 2011 che la politica estera italiana è entrata in letargo, ovverosia da quando abbiamo dato semaforo verde all’operazione di cambio di regime in Libia, autocondannandoci all’esilio dal Mediterraneo allargato. Negli anni successivi, travolti dalla transizione politica, dalla crisi migratoria e dall’avvio della competizione tra grandi potenze, abbiamo perduto terreno in ogni luogo in cui vi fossero interessi, posizioni e avamposti da difendere: dall’Africa settentrionale ai Balcani occidentali.

L’insediamento alla presidenza del Consiglio dei ministri di una persona altamente preparata e accreditata a livello internazionale come Mario Draghi potrebbe aiutare l’Italia a uscire dalle sabbie mobili, ma gli effetti di una decade trascorsa in vita latente, cioè altalenando tra cecità strategica e abulia politica, non si potranno cancellare dall’oggi al domani. Urgono l’acquisizione di una forma mentis adeguata al confronto con le grandi potenze, l’adozione di visioni peculiari ed energizzanti e, soprattutto, investimenti nella preparazione di una classe dirigente all’altezza dei tempi.

L’Italia non può più procrastinare: va posto un freno al dilettantismo allo sbaraglio e all’assassinio quotidiano della meritocrazia nel nome del clientelismo e del nepotismo, e questo è vero specialmente nel settore degli affari esteri. Perché continuare a consegnare ai profani le chiavi che aprono le porte più importanti delle stanze dei bottoni del sistema Italia lavorerà in senso contrario ad ogni piano di rinascita nazionale. Quanto sta accadendo alla Farnesina ne è l’esempio più lampante.

Serve una rivoluzione in politica estera

Luigi di Maio, storico uomo di punta del Movimento Cinque Stelle, si è contraddistinto per la voglia di fare e apprendere e per la propensione al dinamismo e al protagonismo sin da quando ha assunto la guida del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, noto al volgo come “Farnesina”. I numeri sono la conferma dello stacanovismo dell’attuale capo della diplomazia italica: più di 50 missioni all’estero dal 22 settembre 2019 ad oggi, 10 delle quali soltanto nel primo trimestre del 2021.

Dati alla mano, la pandemia non sembra aver avuto effetti noradrenalinici sull’agenda del titolare della Farnesina, che, anzi, potrebbe concludere il 2021 infrangendo ogni record di missioni all’estero mantenendo inalterata l’attuale frequenza di viaggio nei prossimi mesi. A questo punto, però, sorge un dilemma (e neanche di poco conto): dove sono i risultati di questa dinamicità irrefrenabile e travolgente?

Il 25 marzo, ad esempio, la grande stampa nostrana ha celebrato il presunto “ritorno in Libia” dell’Italia per via della missione italo-franco-tedesca a Tripoli. Il fatto è che dieci anni or sono Roma non avrebbe avuto bisogno né di Berlino né di Parigi per (ri)mettere piede nell’ex satellite, anche perché integralmente parte della sfera d’influenza italiana e impermeabile ad interferenze straniere di sorta.

Ci si dovrebbe chiedere, alla luce della trasformazione della Libia in una terra di conquista per una moltitudine di giocatori aggressivi e realmente dinamici – tra i quali Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Russia –, perché l’Italia abbisogni del supporto di due potenze che hanno storicamente aspirato alla nostra involuzione in una loro appendice e ne decanti fraudolentemente la partecipazione in termini di unità e solidarietà.

Qual è stato lo scopo delle innumerevoli missioni tripoline del ministro di Maio dell’ultimo biennio se poi, alla prova dei fatti, l’Italia si riconferma un attore minoritario in un mercato ultra-competitivo che, continuamente necessitante di supporto ventilatorio altrui – da quello franco-tedesco a quello emiratino –, non è in grado di risolvere in meno di 108 giorni (il caso dei pescatori sequestrati) ciò che alla Turchia (a torto accusata di “non avere i mezzi” per sostenere il proprio avventurismo) riesce in meno di una settimana.

Dinamismo statico

Quello del ministro Di Maio è un “dinamismo statico”: si muove, e anche tanto, ma senza mai andare realmente da nessuna parte. Siamo in uno stato di illusione motoria da un anno e sei mesi e ci troviamo nel mezzo di un diluvio senza ombrello, privi di cappuccio e sprovvisti di bussola. Abbiamo l’impellenza di trovare un balcone sotto al quale ripararci – pena un’inevitabile polmonite – ma, non sapendo né come raggiungerlo né dove trovarlo, stiamo tentando di vivere la tempesta come se fosse pioviggine nell’attesa che finisca.

Dovremmo correre, rischiando di scivolare ed evitando le pozzanghere, perché, altrimenti, quando lo scroscio sarà terminato, saremo morti per ipotermia. Il fato cupo e severo della regressione a metternichiana espressione geografica può essere allontanato, ma urge l’adozione immediata di correttori, cioè di una visione nazionale, di una forma mentis e di un riciclo integrale a livello di classe dirigente.

Stiamo perdendo terreno

La Libia è solo la punta di un iceberg le cui reali dimensioni sono celate dall’oscurità degli abissi. Balcani occidentali, Caucaso meridionale, Africa settentrionale, Medio Oriente: non v’è teatro in cui non abbiamo ceduto terreno alla concorrenza e dove il nostro fragile e precario equilibrio non sia minato dalla Turchia, una potenza (a noi) ostile con la quale stiamo tentando di portare avanti un’intesa cordiale anti-storica e di cui già si intravedono i prodromi dell’implosione.

Se l’Italia non farà attenzione, nazioni pivotali come l’Albania e l’Azerbaigian potrebbero essere inglobate nella loro interezza dall’orbita-buco nero turca che tutto vuole risucchiare e nulla desidera condividere. Perché negli stessi giorni in cui il nostro governo accordava a Tirana il riconoscimento della validità delle patenti albanesi sul suolo italiano, Recep Tayyip Erdogan intercedeva presso Pechino per l’invio nella capitale della Shqipëria di un carico di un milione di dosi del vaccino targato Sinovac.

A fare da cornice al quadro, all’interno del quale lo spazio a noi dedicato va restringendosi – nonostante l’apparente alacrità di di Maio nell’Albanosfera -, la costruzione di ospedali, una pervasiva cooperazione allo sviluppo e, durante la pandemia, una congegnata diplomazia sanitaria a base di aiuti umanitari, medici volontari e politica delle porte aperte da parte del sistema ospedaliero anatolico. Noi, invece, abbiamo ipercriticamente ricambiato l’aiuto ricevuto – medico per medico – e lasciato che la Turchia prendesse il nostro posto.

Avremmo potuto e dovuto inviare aiuti umanitari in Albania e Kosovo, intercedere presso terzi affinché venissero loro garantiti vaccini a prezzi modici e nelle quantità desiderate, ma abbiamo preferito occuparci di fascicoli di ultimo livello, come le patenti, e rinviato al dopo-elezioni l’inaugurazione della Commissione economica congiunta, mentre la diplomazia turca – notoriamente lungimirante – ha riempito prontamente ogni vuoto da noi lasciato senza curarsi di un eventuale sconfitta dell’attuale primo ministro Edi Rama.

Perché l’aiuto è sempre aiuto, a prescindere da chi lo riceva, e colui che lo fornisce non verrà dimenticato a crisi rientrata, anche se l’aiutato non dovesse essere più presente: una verità così ovvia e lapalissiana da risultare accecante, ma impossibile da vedere se si hanno gli occhi chiusi a causa della pioggia battente.