Nella giornata del 23 marzo Mario Draghi ha avuto il suo primo colloquio telefonico con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dal suo insediamento a Palazzo Chigi. Il presidente del consiglio ed ex governatore della Bce ha preso contatto con il leader di una potenza che, a tutto campo, è al tempo stesso concorrente, punto di riferimento e interlocutore necessario per Roma, con la quale condivide l’interesse per diversi settori strategici.

Se complessa e approfondita è la partnership economico-commerciale (l’Italia nel 2020 è stato il principale investitore estero in Turchia, con investimenti per 970 milioni di dollari), ancora più intricate sono le questioni geopolitiche e strategiche in cui i due Paesi si trovano coinvolte unitariamente. Quella italo-turca è una relazione a geometria variabile, un frattale al cui interno si riscontrano elementi di aspra rivalità, questioni connesse a possibili convergenze tattiche e scenari in cui le potenzialità del dialogo sono da esplorare.

A luglio il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, confermato da Draghi nel ruolo dopo la caduta del Conte-bis, si era recato in Turchia per una visita istituzionale che ha dimostrato la volontà italiana di seguire la rotta della Realpolitik verso Erdogan. Linea che Draghi pare intenzionato a rafforzare nell’ottica delle future manovre di Roma nel contesto mediterraneo. Piaccia o meno, l’Italia ha preso atto del fatto che Erdogan in questa fase storica mette la propria bandiera su ogni questione scottante nel “Grande Mare” e resta un interlocutore imprescindibile, da capire. Un “vicino” dell’Italia, essendo le unità fedeli ad Ankara trincerate a sostegno del governo tripolino in Libia di cui sono diventate patrone a scapito di Roma; un concorrente in campo energetico nel contesto dei ricchi pozzi compresi tra Egitto, Cipro, Grecia e Israele ma un alleato nello scenario caucasico, ove Roma ha costruito un partenariato di ferro con un “proxy” turco quale l’Azerbaijan; un perturbatore della stabilità geostrategica euromediterranea che resta, in ogni caso, un alleato di Roma nella Nato.

Formiche ricorda inoltre che “l’Italia è il perno del corridoio logistico che collega la Turchia all’Africa del Nord, passando per il posto di Taranto fino ai porti tunisini di Bizerte e Sfax, e che sta sviluppando una complementarietà importante che può essere sfruttata per rafforzare questo corridoio economico Euro-Afro-Asiatico” in grado di rilanciare il peso dell’Anatolia come ponte commerciale.

Sia Roma che Ankara intendono inoltre il Mediterraneo come bacino “allaragato”: la comune presenza nel Corno d’Africa con investimenti e assetti militari segnala la volontà di entrambi i Paesi di considerare anche il Mar Rosso e le sue coste come componenti fondamentali della sfera securitaria mediterranea.

In questo contesto, l’ampiezza degli interessi comuni e delle questioni aperte segnala come nei confronti della Turchia Roma debba seguire una linea schiettamente realista, cercando un modus vivendi in grado di plasmare un terreno di confronto comune su cui porre a sistema possibili convergenze e fattori di divisione. “La Turchia”, inoltre, “ha avuto molti problemi, negli ultimi anni, con paesi come la Francia, la Grecia e Cipro. L’Italia può, e già lo sta facendo, giocare un ruolo di mediatore tra questi paesi ed Ankara”, per favorire una distensione che aumenti il potere negoziale del nostro Paese nel campo mediterraneo, stemperi le tensioni e consenta all’Italia di assumere un ruolo proattivo nella decisione degli equilibri nel “Grande Mare”.

Draghi dovrà in tal senso promuovere azioni politiche tali da dare una chiare visione al governo di Erdogan: l’Italia è conscia delle sue priorità politiche e dei suoi interessi e pronta a un confronto di idee. Il viaggio di Guerini nel Corno d’Africa delle ultime settimane la dice lunga sulla salienza data da Roma agli scenari di comune pertinenza. L’avvicinamento sistemico di Draghi alla Francia di Emmanuel Macroon può dare un’ulteriroe spinta all’agenda “turca”: Ankara cerca un modus vivendi con i Paesi europei e gli Usa e il perno del dialogo non può che essere Roma, proiettata nel Mediterraneo e sull’asse euro-atlantico. Il realismo si impone come necessità, come stella polare per il Paese di fronte alla necessità di capire l’amico-rivale turco e comprendere i punti in cui la competizione geopolitica può sfumare in collaborazione. Adattando, finalmente, l’Italia al complesso mondo delle alleanze a geometria variabile.