La Libia, per l’ennesima volta sta vivendo giorni drammatici e decisivi. E l’Italia, in relazione con gli eventi libici, una fase a dir poco complicata. Per il nostro Paese (che con la Libia ha un rapporto profondo come nessun altro può vantare) e per la sua influenza diplomatica (nessuno si è impegnato quanto noi nel sostegno al premier Fayez al-Sarraj, l’unico legittimato dall’Onu) si è parlato più volte di “umiliazione”.

Prima quando, in occasione del vertice Nato di Londra, Francia, Germania, Regno Unito e Turchia si sono ritrovati a parlare di Libia tagliando fuori il nostro governo. Poi quando Turchia e Libia hanno siglato un accordo bilaterale che potremmo definire “gas e petrolio per armi”: la Libia concede alla Turchia di esplorare giacimenti in acque che interessano anche da altri Paesi (l’Italia, appunto, ma anche Grecia, Cipro ed Egitto) e la Turchia si impegna ad appoggiare militarmente il governo di Al-Sarraj. Erdogan si è spinto ad annunciare che cinquemila soldati turchi sono pronti a intervenire in Libia, se fosse il caso. Gravi smacchi, cui ha posto solo parziale rimedio il vertice a tre, tra Italia, Francia e Germania, che ha chiesto a Erdogan e a Vladimir Putin (che con l’Egitto invece appoggia il generale golpista Haftar) di astenersi dall’intervenire. Cosa che, ovviamente, non avverrà.

Bisogna ora osservare gli sviluppi militari: Haftar sembrava sul punto di conquistare Tripoli, ma gli armamenti turchi hanno rinsaldato la roccaforte di Al-Sarraj. E quelli politici: è probabile che, come hanno fatto altre volte (l’ultima sulla questione curda nella Siria del Nord), Erdogan e Putin partano da sponde opposte per poi trovare un’intesa a mezza strada. Ma per quanto riguarda l’Italia, è ormai di assoluta necessità una riflessione seria e profonda su ciò che chiamiamo interesse nazionale e sulle strade per perseguirlo.

Il “caso Libia” è da manuale. L’Italia ha sempre partecipato alle decisioni della comunità internazionale, nelle sue diverse declinazioni, facendole proprie. Nel 2008 avevamo formato con la Libia di Gheddafi un Trattato di amicizia e collaborazione ma nel 2011 ci allineammo alle decisioni Onu e alle azioni Nato  che portarono alla caduta e morte del Colonnello. Da quel momento in poi il nostro Paese (che, giova ripeterlo, aveva e ha con la Libia rapporti politici ed economici che nessun altro può vantare, oltre a una vicinanza strategica che la questione dei migranti ha ben riproposto) ha con grande disciplina partecipato a tutte le proposte Onu per la pacificazione della Libia. E anche quando ha preso iniziative particolari, come il tanto criticato “piano Minniti” per intervenire sui flussi migratori, restava l’intesa che le Nazioni Unite avrebbero dovuto giocare un ruolo fondamentale.

Perché nulla ha funzionato? Perché la Libia non è stata pacificata e, anzi, sembra sul punto di tornare sotto un Gheddafi di diverso nome e uguale sostanza? Perché mentre noi affidavamo la difesa del nostro interesse nazionale, in Libia forte e preciso, gli altri Paesi facevano da soli. Male, con scarso successo. Ma infischiandosene altamente delle alleanze e delle istituzioni internazionali.

Francia e Regno Unito furono in prima linea nell’attacco alla Libia di Gheddafi. Poi, soprattutto la Francia, non hanno smesso per un solo istante di sostenere il generale Haftar, nemico giurato del governo di Tripoli e del premier Al-Sarraj a favore del quale, in sede Onu, Francia, Regno Unito e Russia avevano comunque votato. Dal 2011 a oggi la Francia non ha smesso mai di fornire ad Haftar armi e consiglieri militari, ben sapendo di pugnalare alle spalle l’interesse italiano. E ora pretende che Erdogan e Putin facciano i gentiluomini e lascino fare a Macron?

Il tema vero, per quanto riguarda l’Italia, è venire a patti con quello che, con un termine efficace per la polemica politica ma inutile per una riflessione seria, viene chiamata “sovranismo”. Ci si può affidare totalmente alle istituzioni internazionali quando gli stessi Paesi che le animano non esitano a fare da soli quando lo ritengono opportuno? In Libia, abbiamo visto Francia, Regno Unito, Usa, Russia e Turchia (per non parlare di alleati dell’uno o dell’altro, tipo Egitto e Arabia Saudita) dire una cosa di volta in volta all’Onu, alla Nato, alla Ue, per poi fare tutt’altro sul terreno. E tra il dire e il fare…

Nessuno ha voluto realmente agire per stabilizzare il governo di Al-Sarraj, al quale è stato fornito un appoggio morale e politico ma poco concreto. Avremmo forse potuto provarci noi (come la Francia ha fatto con Haftar) ma non è nella nostra cultura né nella nostra strategia. Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi: Haftar rampante, Al-Sarraj a rischio. E comunque, un enorme buco politico in cui, per restare alla parte di cui l’Italia è sostenitrice, si è ora infilata la Turchia, che punta a lucrare anche sui giacimento di gas e petrolio off shore. Per non parlare del problema migranti su cui Al-Sarraj, se fosse stato più forte e quindi più capace di tenere a bada le bande di trafficanti, avrebbe forse potuto intervenire in maniera migliore, più efficace e più umana.

C’è una vasta porzione dell’opinione pubblica e politica italiana che rifiuta a priori di affrontare il tema. E che lo respinge usando l’argomento delle alleanze internazionali. Che esistono, vanno rispettate e gestite con la massima attenzione. Quando compriamo gli F35, per fare un solo esempio, compriamo non solo degli aerei ma la permanenza all’interno di un sistema di difesa che è poi anche politico, commerciale e finanziario. Magari gli aerei fanno pena, ma il resto ci fa comodo. La politica è lì appunto per dirimere questioni come questa. Ma le alleanze non possono essere la scusa per l’ignavia e l’inazione.

Volendo la Francia ci fornisce un ottimo esempio. Nel 1962, quando scoppiò la crisi dei missili sovietici a Cuba, il generale De Gaulle, all’ambasciatore americano che voleva mostragli le fotografie e le prove della presenza dei missili russi sull’isola, rispose: “Sono con voi, non voglio nemmeno vederle”. Il che non impedì allo stesso generale, nel 1966, di far uscire la Francia dal comando integrato della Nato. E anche l’Italia può attingere dal proprio recente passato. Nel 1985 il duo Craxi-Andreotti, primo ministro e ministro degli Esteri, mandò i Vam e i carabinieri a circondare gli uomini della Delta Force Usa all’aeroporto di Sigonella, dopo il dirottamento della nave “Achille Lauro”. Un caso lampante di “sovranismo” che non ha impedito all’Italia, in seguito, di restare fedele alle proprie alleanze, compresa quella con gli Usa.

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