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Il disegno di legge sulla sicurezza attualmente in discussione, presentato il 22 gennaio 2024 e approvato dalla Camera dei Deputati a settembre, contiene una serie di disposizioni che ampliano in modo significativo i poteri dei servizi segreti italiani e introducono nuove restrizioni alle libertà di espressione e di manifestazione, suscitando un intenso dibattito sulla possibile erosione delle garanzie costituzionali. Tra le disposizioni più controverse, l’articolo 31 del DDL consente ai servizi di intelligence l’accesso diretto a numerose banche dati riservate, incluse quelle gestite dalle procure della Repubblica e da altri organi statali, senza dover richiedere autorizzazioni specifiche. Questa misura rappresenta un cambio radicale rispetto alla prassi attuale, dove per accedere a tali informazioni è richiesto il coinvolgimento di un’autorità giudiziaria o di altre autorizzazioni formali, a tutela della privacy e dei diritti fondamentali dei cittadini.

L’obiettivo dichiarato del Governo è quello di rafforzare le capacità operative dei servizi segreti nella prevenzione e nella repressione delle attività terroristiche e criminali, rendendo l’accesso ai dati più snello e tempestivo. Tuttavia, tale cambiamento viene visto con preoccupazione dai giuristi e dalle associazioni per i diritti civili, che sottolineano il rischio di abusi di potere e di sorveglianza massiva sulla popolazione, un’area già critica nella giurisprudenza europea sui diritti umani. La travagliata storia dei servizi segreti italiani, spesso coinvolti in episodi di dossieraggio e scandali legati alla raccolta abusiva di informazioni, rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione.

I recenti casi di dossieraggio, che hanno sollevato dubbi sulla trasparenza e sulla correttezza delle operazioni di intelligence, pongono infatti la questione se un potere così ampliato e non filtrato, come quello previsto dall’articolo 31, possa finire per legittimare o agevolare abusi sistematici. L’assenza di filtri e garanzie procedurali nelle modalità di accesso dei servizi alle banche dati aumenta il rischio di violazioni della privacy e crea una zona grigia in cui il controllo democratico e la trasparenza risulterebbero limitati, favorendo una concentrazione di potere senza un efficace meccanismo di responsabilità.

Parallelamente, il DDL introduce nuove restrizioni al diritto di manifestazione pubblica, inasprendo le sanzioni per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate e punendo forme di resistenza passiva, come i blocchi stradali, con pene detentive. La trasformazione del blocco stradale da infrazione amministrativa a reato penale rappresenta una misura estrema, volta a scoraggiare i cittadini dall’uso di strumenti di protesta considerati invasivi per l’ordine pubblico. Tuttavia, questo inasprimento delle pene è interpretato da molti come una limitazione indiretta del diritto costituzionale di esprimere il dissenso, dato che l’inasprimento delle sanzioni potrebbe disincentivare le manifestazioni anche pacifiche e ridurre gli spazi per la partecipazione civile.

Tali misure, combinate, delineano uno scenario in cui il potenziamento dei servizi di intelligence e l’inasprimento delle normative sulle manifestazioni rischiano di creare una sorveglianza capillare sui cittadini e di comprimere le libertà costituzionali di espressione e di associazione, stabilendo un precedente che potrebbe portare a un aumento della repressione nei confronti delle opposizioni politiche e sociali. In sintesi, il disegno di legge presenta criticità strutturali che, pur giustificate con motivi di sicurezza pubblica, sollevano serie domande sulla tutela dei principi democratici, sugli strumenti di controllo dei poteri straordinari e sui confini tra tutela dell’ordine pubblico e rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.

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