Il 7 marzo è avvenuto qualcosa di (geo)politicamente rilevante a Samarcanda, capitale culturale dell’Uzbekistan ed importante fermata dell’antica e della nuova Via della seta.

Questa città, per quanto intrisa di valenza storica e significato culturale per i figli di Tamerlano, sta venendo completamente trascurata, o meglio ignorata e bistrattata, dalle diplomazie degli stati-nazione coinvolti a vario titolo e grado in Asia centrale. Lo dimostrano i numeri sugli edifici diplomatici ivi presenti: soltanto due, di cui uno aperto proprio quel giorno, il 7 marzo, dalla Turchia.

Perché all’Italia dovrebbe interessare di quanto accaduto? Apparentemente discosti e destinati a rimanere tali, l’Urbe e l’erede dell’impero timuride hanno in comune e da condividere molto più di quanto traspaia, dalla cultura all’energia, e, a dieci anni esatti di distanza dall’operazione Gheddafi, è giunto il momento di operare un’elucubrazione su presente e futuro della dimensione e dell’orizzonte geopolitico nostrano.

Spostarci in Asia centrale, un dovere

Nell’ultimo decennio, la grandeur italiana tra Balcani e cosiddetto Mediterraneo allargato ha osservato un processo di grave e inarrestabile erosione che, scaturito dall’albeggiare dell’era multipolare, è stato aggravato in maniera sensibile da una serie di mancanze e problematiche di natura endogena, in primis il deterioramento della qualità della classe politica e in secundis la mancanza associata di una visione per il lungo periodo.

Roma, in breve, non ha saputo cogliere il cambio di paradigma, cioè il mutamento dei tempi, perché preda di una combinazione staticida di miopia strategica e abulia che, se non trattata con la dovuta serietà, rischia di rendere la frattura immedicabile e di riportare il Bel Paese ad essere, per dirla alla Metternich, “una mera espressione geografica”.

Ed è in questo contesto di vita o morte, di sopravvivenza o estinzione, nel quale è in gioco il futuro dell’Italia quale entità statuale peculiare ed indipendente, che entrano in scena gli –stan dell’Asia centrale. Perché l’Uzbekistan?, si chiederanno i più. Rispondiamo noi: perché no? Perché non dovremmo prendere appunti da quei giocatori, come la Turchia, che hanno saputo formulare delle agende estere di successo?.

Il primo passo, del resto, è stato già fatto – la silente costituzione di un partenariato di acciaio inossidabile con l’Azerbaigian, unico e autentico trampolino di lancio verso il Caspio e l’Asia centrale –, ora è venuto il momento di fare quello successivo: aprire un consolato a Samarcanda.

L’Italia e l’Asia centrale

L’Italia, avendo in disponibilità una serie di risorse e strumenti estremamente attraenti, potrebbe scoprire di avere le carte in regola per giocare un ruolo di primo piano negli –stan e dovrebbe prendere atto della loro importanza determinante nel perseguimento di uno scopo maggiore: recuperare lo storico e prestigioso ruolo di ponte fra Ovest ed Est, fra Europa e Asia, più che mai fondamentale nell’era della “terza guerra mondiale a pezzi” e della progressiva ri-polarizzazione del mondo in blocchi antagonisticamente contrapposti.

Rispetto agli altri giocatori ivi coinvolti, l’Italia può fare realmente la differenza in virtù e in ragione del possesso di una mescolanza di specificità che la rendono unica, tra le quali il fatto di rientrare all’interno della categoria delle cosiddette “potenze umanitarie”. Il potere duro non è il mezzo perché l’imperialismo non è il fine, perciò Roma ha sviluppato una tradizione diplomatica coerente con il proprio credo e basata sul leveraggio di potere morbido – o sobrio. Essere una potenza umanitaria comporta la costruzione di sfere di influenza in stati-chiave per la sicurezza nazionale non a mezzo di forza, ricatti e pressioni (hard power), ma attraverso strumenti quali cultura, energia, circolazione della conoscenza, umanitarismo e cooperazione allo sviluppo.

Il modello nostrano, collaudato con successo in ogni parte del Sud globale e delle realtà in via di sviluppo, sta trovando una timida applicazione in Asia centrale – come rammentano la Conferenza Italia–Asia centrale del 13 dicembre 2019 e la diplomazia di regioni e città globali –, ma l’impronta italiana in loco può essere ampliata e approfondita soltanto a patto di ricevere un impulso straordinario, che oggi è del tutto mancante.

Impariamo da Firenze

Firenze, la città che possiede una delle tradizioni di autonomia diplomatica più ragguardevoli della penisola, il 26 febbraio è divenuta casa del consolato onorario dell’Uzbekistan in Italia. L’apertura dell’edificio è uno dei frutti prelibati maturati da un’opera di tessitura promossa con ardore e portata avanti con irreprensibile costanza dalla Camera di commercio Italia–Uzbekistan.

Consolato onorario a parte, gli innumerevoli traguardi tagliati da Firenze negli ultimi sette mesi, dall’internazionalizzazione delle imprese toscane al contributo all’apertura di un servizio di mediazione internazionale a Tashkent, fungono da prova evidente e lapalissiana che il capoluogo toscano, vera e propria città globale, voglia trasformarsi in “un ponte sulla via della seta con Samarcanda”.

Firenze è la dimostrazione del ruolo giocato e giocabile dalle cosiddette città globali nel ventunesimo secolo, ma altrettanto considerevole è la funzione diplomatica che potrebbe essere svolta dalle nostre regioni. La Sicilia, ad esempio, ha siglato degli accordi con il Kazakistan ai fini dell’esportazione e del promozione dei prodotti Made in Italy.

Come potrebbe essere foggiato il modus operandi et agendi dell’Italia nel pivotale Uzbekistan, testa di ponte propedeutica ad un’estensione successiva nell’intero Turkestan, appare ora più chiaro, dopo aver illustrato i casi fiorentino e siculo: puntare sulle abilità diplomatiche delle città globali e incoraggiare le regioni a non attendere ordini dall’alto, cioè da Roma, ma a prendere l’iniziativa in autonomia e con tempestività profetica laddove possibile. Perché a volte, molte volte, l’impulso al cambiamento non proviene dalla cabina di regia, ma da coloro che vivono il palcoscenico.

Noi e l’Uzbekistan, perfettamente complementari

Le imprese nostrane ed uzbeke sono in contatto attraverso due piattaforme principali, la Camera di commercio Italia–Uzbekistan e il Business Forum Italia–Uzbekistan, le quali rammentano costantemente ai privati del Bel Paese che i loro investimenti nella terra di Tamerlano non sarebbero a perdere, ergo sono caldamente benvenuti, perché la parola migliore per definire l’elemento che caratterizza le relazioni bilaterali è complementarità.

Complementarità significa che l’Uzbekistan, sede di un processo di modernizzazione globale, ha bisogno di strade, autostrade, ferrovie e infrastrutture con cui migliorare la propria interconnettività internazionale, e che le grandi firme italiane hanno le risorse e gli strumenti per realizzarle. Significa che Tashkent ha l’anelo della diversificazione energetica e della transizione verde, con un interesse speciale per eolico e fotovoltaico, e che l’ENI ha mezzi, competenze e conoscenze per intervenire. Significa che i figli di Tamerlano hanno la passione per la cultura, l’alta qualità e la moda del Bel Paese e che, perciò, v’è un mercato di consumatori in progressiva espansione che attende i prodotti Made in Italy. Significa che v’è una miriade di settori in cui l’Italia potrebbe fare ingresso poiché necessitanti di mezzi in possesso dei Paesi avanzati.

Ultimo ma non meno importante, il clima di investimento uzbeko è in costante miglioramento – una scalata di ottantuno posizioni dal 2010 al 2020, cioè dal 150esimo posto al 69esimo, secondo il Doing Business della Banca Mondiale –; da ciò conseguono opportunità profittevoli per i nostri privati in termini di delocalizzazioni produttive, rilevamenti, acquisizioni e/o investimenti squisitamente finanziari (come l’acquisto di azioni).

In estrema sintesi, l’Italia, essendo un faro in settori come trasporti, edilizia, infrastrutture ed energia, potrebbe soddisfare gli innumerevoli appetiti dell’Uzbekistan, facendo leva sulle proprie competenze, universalmente riconosciute, per stringere accordi di natura vincente-vincente in un momento storico e particolarmente ricco di occasioni quale quello attuale.

Pionierismo

Ci sono settori che sono quasi o del tutto vergini, dove la competizione tra grandi potenze non è ancora arrivata, e nei quali l’Italia è chiamata a svolgere una missione avanguardistica. Uno di questi è, ad esempio, il mondo del calcio. In Uzbekistan, dove la classe dirigente ha mostrato una forte passione per il pallone sin dall’indipendenza, negli anni recenti sono state istituite accademie di formazione con l’obiettivo di foggiare una generazione di calciatori che, in futuro, possa portare in alto la bandiera in eventi di alto livello come i Mondiali.

L’Italia è chiamata a sviluppare, istituzionalizzare e condurre con perseveranza una diplomazia dello sport a modo suo: non costruendo stadi come la Cina, ma formando future promesse del calcio nelle proprie accademie (aprendo corridoi e offrendo borse) e squadre (concentrando il mercato acquisti in Uzbekistan) e inviando i propri allenatori in loco ad insegnare nelle scuole e a dirigere i club. La diplomazia degli allenatori potrebbe rivelarsi la chiave di volta per l’accesso al cuore del popolo uzbeko, come dimostra il caso mediatico montato attorno a Eldor Shomurodov, stella del Genoa e idolo della progenie di Tamerlano.

“La Cina costruisce gli stadi e l’Italia li riempie”; in questa massima è esplicata la natura della strategia che dovrebbe guidare i passi del nostro Paese in Uzbekistan (ma non solo): non perniciosa competizione con le altre potenze in settori di loro pertinenza, ma pionierismo in aree dove è altamente probabile che possano costruirsi monopoli durevoli e resistenti alla concorrenza in ragione dell’impossibilità di un confronto equo.

Il calcio non è l’unica area in cui l’Italia potrebbe costruire una posizione dominante ed impareggiabile, riducendo al tempo stesso il rischio di attrarre animosità esiziali da parte dei grandi protettori – Russia e Cina –, perché praterie altrettanto incorrotte sono, ad esempio, l’energia eolica, la sanità, l’agricoltura sostenibile e il Made in Italy, che, lungi dall’equivalere a cibo e moda, è anche vetreria, rubinetteria, ceramica, ottima e gomma.

Parola d’ordine: anticipare

L’Italia può e deve formulare in tempi brevi una vera agenda per l’Uzbekistan (e per l’Asia centrale), prima che lo facciano altri Paesi europei. Il tempismo  potrebbe rivelarsi fondamentale per la costruzione di piccole ma pregnanti sfere di influenza sulle fermate dell’antica (e della nuova) via della seta funzionali al conseguimento simultaneo di tre obiettivi:

  • Fungere da portavoce dell’Europa in loco, anticipando potenze a noi rivali, quando non ostili, in primis la Francia e in secundis la Germania, aventi a loro disposizione strumenti di espansione con cui dar vita ad una competizione antagonistica.
  • Accelerare la trasmigrazione geopolitica dell’Italia dal Mediterraneo allargato al Levante turcico, ovverosia l’area compresa tra Azerbaigian e Asia centrale.
  • Stabilire degli avamposti potenzialmente utili nel dialogo con le grandi potenze, in primis Russia e Cina, con quei collaboratori a tratti concorrenti con cui condividiamo l’egemonia ogni teatro, come la Turchia, e con i nostri alleati maggiori aventi interessi in loco, cioè gli Stati Uniti.

Il primo passo, come abbiamo scritto, è stato già fatto – l’asse ferruginoso con l’Azerbaigian, la porta d’accesso all’Asia centrale –, adesso è giunto il momento di fare quello successivo: inaugurare al più presto un consolato a Samarcanda, essere i terzi, inviando un messaggio chiaro, esplicito, univoco ed energetico sia a Tashkent sia al resto del mondo. Come farlo? Sfruttando i canali di comunicazione bilaterale già esistenti e facendo leva sulla nostra amicizia con l’Azerbaigian, anch’esso attivamente presente in Uzbekistan.