In questi ultimi decenni, più o meno dalla fine della guerra fredda, ci siamo abituati sempre di più a considerare il nostro Paese come un attore secondario nello scacchiere internazionale, dimenticando e mettendo da parte, forse un po’ troppo rapidamente, una tradizione diplomatica e di ponte di collegamento tra Occidente e blocco orientale (e mondo arabo) che abbiamo avuto per decenni.
Basti pensare ai rapporti instaurati con l’Unione Sovietica e l’allora blocco comunista – come gli stabilimenti FIAT in URSS o in Polonia – o a quelli col mondo arabo e perfino con l’Iran postrivoluzionario, tutti esempi di un approccio che ha portato molti vantaggi al nostro Paese, regalando all’Italia una credibilità a livello internazionale, pur senza rinnegarne la collocazione geopolitica.
Sarebbe difficile negare che a quel ruolo, specie negli ultimi anni, abbiamo progressivamente abdicato. Qui non si tratta, secondo un vizio nostrano, di ricercare eventuali colpevoli, ma di valutare quanto sarebbe utile e proficuo, per i nostri interessi nazionali, recuperarlo; nulla lo impedirebbe, se non un irrazionale senso di rassegnazione, magari accompagnato dal totale appiattimento verso il potente di turno. È chiaro che per raggiungere l’obiettivo servirebbe una classe dirigente all’altezza del compito, magari col contributo e il supporto di un’informazione indipendente e attenta agli interessi nazionali.
Questa premessa serviva per introdurre alcuni elementi di novità, che hanno aperto qualche spiraglio – e se ci è consentito qualche barlume di ottimismo – nel delicato contesto ucraino, e non solo.
Partiamo da alcune dichiarazioni di autorevoli esponenti del Governo italiano, in particolare dei ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, che si sono più volte espressi, a fronte di un crescendo di toni bellicosi ed escalation (sinora, per fortuna, verbale), in favore della soluzione diplomatica, rigettando opzioni che non solo porterebbero a conseguenze imprevedibili, ma che si scontrerebbero col dettato della nostra Costituzione (art. 11). Un’apertura che non è passata inosservata, visto che lo stesso presidente russo Vladimir Putin, in occasione di un’intervista all’ANSA, ha voluto riconoscere al nostro Paese toni assai moderati e molto distanti da quelli decisamente russofobici in auge in diverse nazioni europee, aprendo a una sorta di percorso preferenziale per il ristabilimento delle relazioni con l’Italia, a seguito della definizione della situazione in Ucraina.
Un approccio che non può certo dirsi sgradito agli stessi popoli europei. A parte quello italiano, il voto di molti cittadini della UE, per quanto con ogni probabilità l’attuale maggioranza ne uscirà confermata, è stato contro l’escalation. Il caso di Francia e Germania, dove gli elettori hanno lanciato un chiaro segnale di rigetto dell’opzione bellicista, è molto significativo, tenuto conto che parliamo di quello che finora è stato l’asse portante dell’Unione.
Se è vero, come lo è, che nel linguaggio mediatico e diplomatico occorra prestare molta attenzione al non detto e ai segnali che vengono lanciati dalle parti, le parole dei ministri italiani e del leader russo autorizzerebbero a ritenere che una serie di contatti ed esplorazioni siano già in corso. E non dimentichiamo che l’Italia si era già espressa per il ricorso alla diplomazia pure su altri versanti di crisi, a partire da quello mediorientale e africano, dove le nostre posizioni ci hanno guadagnato la conservazione di un contingente in Niger, l’unico del blocco occidentale rimasto di stanza nel paese africano, e che ci potrebbe aprire molte interessanti opportunità.
Qui non si tratta di mettere in discussione il persistente sostegno all’Ucraina – visti tutti gli armamenti finora inviati (per ora coperti dal segreto) e l’accordo (non vincolante) siglato lo scorso febbraio – ma soltanto di manifestare un’apertura verso quell’arte di trattare, nella quale il nostro paese ha dimostrato in passato una straordinaria abilità, a maggior ragione ora che i rigurgiti e le accuse di filo-putinismo sembrano attenuarsi. Un’azione che potrebbe portare a risultati assai più rilevanti della cosiddetta conferenza di pace svizzera che, a parte le innumerevoli defezioni, è destinata al fallimento per via dell’assenza al tavolo di una delle due parti.
E se il ruolo di ponte in vista di eventuali negoziati, sempre più probabili, potrebbe dare nuova linfa alla nostra diplomazia, alla lunga si potrebbe rivelare un eccellente viatico per il perseguimento dei nostri interessi: pensiamo solo ai costi delle forniture energetiche, cresciuti esponenzialmente dal 2022, e che tanti problemi stanno creando alla nostra economia e attività produttive.
La leva del soft power, ricorrendo all’indiscutibile simpatia e ai legami culturali in essere col nostro Paese, che si registrano in molte nazioni dell’est europeo, Russia compresa, non dovrebbe essere trascurata: la diplomazia del pingpong è stata la dimostrazione pratica di come perfino lo sport possa essere funzionale al raggiungimento di obiettivi più elevati.
Se non è infrequente che la diplomazia si muova in silenzio, pure all’interno di un clima burrascoso, la vera strategia potrebbe (e dovrebbe) essere quella di sfruttare la fase di crisi per costruire nuove opportunità, magari presentandosi come utili interpreti di un diffuso desiderio e interesse di mettere fine al conflitto; volontà che non è estranea alla stessa Russia, che in più di un’occasione ha mostrato disponibilità in tal senso.
Confidiamo solo di disporre di una classe dirigente che sia all’altezza del compito.