L’Islanda potrebbe diventare l’ultima sacca di resistenza europea contro l’imperialismo economico di Pechino. L’espansionismo cinese di natura prettamente economica in Europa è cresciuto a dismisura negli anni. Complici da una parte una contrazione economica iniziata nel 2008 e da lì mai più interrotta, dall’altra l’incapacità legislativa di far fronte o perlomeno limitare le continue acquisizioni a firma cinese.

Allianz nel mirino della Cina

È recentissima infatti la notizia, pubblicata dalla Reuters, di un forte interesse da parte di due aziende cinesi nell’acquisto del colosso assicurativo tedesco Allianz. Il gruppo assicurativo Anbang insieme alla compagnia Hna starebbero infatti cominciando una manovra a tenaglia per assicurarsi quote importanti di Allianz, il quarto gruppo assicurativo più grande al mondo. Le due compagnie cinesi verrebbero così a mettere mano a un patrimonio non inferiore ai 95 miliardi di dollari. L’acquisizione di Allianz è però solo una delle ultime clamorose svendite dell’Europa.

Il bottino cinese in Grecia e Italia

In tempi non sospetti si era infatti conclusa la privatizzazione del porto greco del Pireo e la successiva (s)vendita al Gruppo China Ocean Shipping Company, meglio conosciuto come Cosco. La stessa compagnia starebbe poi pianificando l’acquisizione dell’arteria ferroviaria greca che collega Atene alla Penisola balcanica e quindi al resto dell’Europa. Insieme alla Cosco altri due Fondi cinesi sono in trattativa con il Governo greco per l’acquisizione di altre importanti infrastrutture: il Dalian Wanda e il Fondo Silk Road.

Non è finita qua. Anche l’Italia è stata vittima di quest’ondata espansionistica. Nel 2015, infatti, la Chem China ha rilevato la quota di maggioranza del gruppo Pirelli per 9 miliardi di dollari. Pechino ha poi messo le mani su Cdp Reti, Ansaldo Energia, Olio Sagra, Ferretti Yacht, Infront e Krizia. Un bel malloppo se si considera la varietà dei settori che vanno dall’energia, all’alimentazione, passando per il calcio e l’abbigliamento.

Non sono però solo le nazioni del sud Europa a soffrire l’avanzata dei colossi orientali. La Germania, infatti, oltre a rischiare di perdere Allianz, sta già per salutare Kuka, una delle più importanti imprese tedesche di robotica. Per intenderci rifornisce Airbus e Audi. Mentre è dello scorso aprile la notizia del benestare lasciato dalla Commissione europea per l’acquisizione della svizzera Syngenta da parte di ChemChina. Siamo dunque costretti ad assistere inermi a questa progressiva dismissione e svendita dei gioielli europei? Forse no.

L’Islanda blocca gli investitori cinesi

Si è infatti levata una coraggiosa voce di dissenso dalla terra del ghiaccio, l’Islanda. Un Paese che ha superato brillantemente la crisi economica stando fuori dall’Unione europea ha detto no alla crescente egemonia di Pechino in Europa. “L’Islanda pianifica di chiudere le porte agli investitori cinesi, di nuovo”, così titola Bloomberg. Già nel 2012 infatti il governo islandese aveva rifiutato l’offerta di 200 milioni di dollari portata dal miliardario cinese Huang Nubo per l’acquisizione di una porzione di terra.

E anche oggi l’Islanda non fa un passo indietro. Sembra infatti che si sia fatto avanti un altro investitore cinese, ancora ignoto, che vorrebbe acquisire 12 chilometri quadrati dell’isola chiamata “Golden Circle”, la principale meta turistica del Paese. Secondo la legge islandese infatti la terra può essere comprata solo da cittadini islandesi, cittadini dell’area economica europea oppure da stranieri che abbiano la residenza in Islanda da almeno cinque anni.

Sovranismo per la tutela del territorio

Una legge sovranista che ha impedito e impedisce tuttora lo sfregio del territorio con la costruzione di invasivi resort dal forte impatto ambientale (proprio come previsto dal progetto cinese). Il blocco dell’Islanda ha però scatenato una reazione da parte della corrente liberal occidentale, che confonde la tutela del paesaggio e del territorio con un improbabile revanscismo nazionalistico. Lo stesso Bloomberg sostiene che così “il governo rischia di inviare un messaggio protezionistico alla comunità internazionale degli investitori”.

Anche un professore di Economia dell’Università islandese, sempre su Bloomberg critica la posizione del governo: “Tutte le restrizioni scoraggiano gli investimenti stranieri. Se guardiamo al settore turistico, c’è bisogno di possedere la terra per costruire hotel e offrire attività ricreative”. Tuttavia l’Islanda sa fare i conti in tasca e visto il recente boom del settore turistico non vuole rischiare di abbandonare questa promettente miniera d’oro e lasciare che venga saccheggiata da oriente, come avviene in buona parte dell’Europa. 

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