I miliziani del sedicente Stato Islamico sono passati alla controffensiva. Se fino a pochi giorni fa gli uomini del Califfato continuavano a perdere terreno in Iraq come in Siria, da ieri l’Isis ha iniziato a rispondere ferocemente agli attacchi, dalla capitale del Califfato, Raqqa.Isis al contrattaccoLe truppe di Damasco, che, supportate dai raid dell’aviazione russa erano arrivate nei giorni scorsi a soli 7 km dalla base aerea di Tabqa, sono state respinte in un’offensiva del Califfato, partita nella notte tra domenica e lunedì e portata avanti, secondo quanto reso noto dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, con bombardamenti aerei e attacchi suicidi.Quaranta uomini dell’esercito siriano hanno perso la vita a causa dell’attacco sferrato dalle centinaia di jihadisti, che proprio da Raqqa, secondo lo stesso Osservatorio, sarebbero accorsi, armati con mitragliatrici pesanti, a difesa del bastione di Tabqa, dove si trovano una diga ed una base aerea, costringendo gli uomini di Assad ad arretrare fino ad oltre 40 km dall’avamposto jihadista. Sebbene siano ancora lontani dal rompere l’assedio attorno alla sua capitale, con le truppe siriane che avanzano da sud e le Forze Democratiche Siriane che con il supporto dell’Occidente attaccano dal versante nord, sicuramente, in barba ai più ottimisti, i jihadisti non sembrano disposti ad arrendersi.Anzi, anche a Manbij, città siriana che si trova sulla direttrice che collega Raqqa al confine turco, l’Isis sarebbe riuscito a riprendere il controllo dei villaggi conquistati dalle Fds nei giorni scorsi. All’inizio di giugno ha preso il via, infatti, l’offensiva curda sulla città a maggioranza sunnita, uno dei primi centri a cadere sotto il controllo dell’Isis nel 2013, diventando così una delle mete principali per i foreign fighter di tutto il mondo che raggiungevano la città attraverso il confine turco.Per approfondire: Dopo il ferimento del Califfo è psicosi nell’IsisI villaggi di Kharba al Rus, Jib al Ashar, Ghara al Kabir, Ghara al Saghir, al Nashma, Sheikh Naser, comprese le parti sud ed ovest della città, dove rimangono intrappolati secondo l’Onu più di 60mila civili, sono caduti nelle mani dei jihadisti. È questo, infatti, il bollettino diffuso da al Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato, che riferisce di violentissimi scontri tra i jihadisti e le forze curdo-arabe.Hezbollah promette rinforziDinanzi all’avanzata jihadista, i vertici del partito sciita libanese Hezbollah hanno annunciato di essere disposti ad inviare ulteriori uomini in Siria in supporto dell’esercito di Assad. I miliziani del partito di Dio, sono schierati al fianco dell’esercito siriano sin dal 2013. È nel 2013 infatti, che, nel contesto di una più ampia offensiva nel governatorato di Homs, gli uomini di Hezbollah strapparono la città di al Qusayr ai militanti del Fronte al Nusra.Per approfondire: Isis perde terreno e cambia strategiaAttivo soprattutto nella campagna per la liberazione di Aleppo, il partito di Dio ha inviato in Siria dall’inizio del conflitto oltre 5mila combattenti, 2mila dei quali potrebbero aver perso la vita. Hezbollah è ora impegnata a difendere la provincia di Idlib, assediata dai ribelli. Contraddicendo quindi le notizie di malumori tra il partito sciita libanese e l’esercito siriano, lo sceicco sciita Nabil Qaouk, ieri, durante un comizio nel villaggio di al Ghanduria, nel sud del Libano, ha detto che se ci fosse “l’esigenza di aumentare il volume della partecipazione in Siria”, Hezbollah non esiterà “a inviare rinforzi”. “Faremo di tutto per combattere i gruppi jihadisti in Siria”, ha detto, quindi, il numero due dell’organizzazione.Autobomba esplode in GiordaniaEd oltre ad opporre resistenza alle forze curde e all’esercito siriano, i jihadisti continuano anche la guerra asimmetrica fatta di attentati suicidi e autobombe. L’ultima è esplosa all’alba di martedì in Giordania, provocando 6 morti e 14 feriti nella zona di al Rakab, al confine con la Siria. Le vittime sono tutte guardie di frontiera giordane che erano di guardia nei pressi di un campo profughi che ospita circa 70mila siriani nel nord-est del Paese. A seguito dell’esplosione dell’autobomba, guidata da un attentatore suicida, sono stati distrutti anche diversi mezzi militari. L’intelligence giordana ha quindi lanciato l’allarme sul rischio che proprio in questi campi si nascondano “cellule dormienti legate allo Stato islamico”, che usano i rifugiati per infiltrarsi nel Paese. La Giordania, che da due anni partecipa alle operazioni della Coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Stati Uniti in Siria ed in Iraq, ha dichiarato, in seguito all’attentato “zone militari chiuse” con effetto immediato le aree al confine con la Siria.

Nel campo comunista di Goli Otok
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