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A quasi cinque mesi dalla conclusione della lunga ed estenuante battaglia di Marawi, in cui l’esercito filippino ha prevalso sul gruppo terroristico islamista Maute affiliato all’Isis, feroci scontri sono scoppiati in questi giorni nella Maguindanao, provincia filippina situata nella regione autonoma del Mindanao Musulmano. Secondo quanto riportato da Asia Times, che cita fonti governative, sarebbero 44 gli islamisti morti appartenenti al Bangsamoro Islamic Freon Fighters che, proprio come il gruppo Maute, ha giurato fedeltà allo Stato islamico.

L’8 marzo, l’esercito ha affrontato la formazione jihadista nelle paludi di Datu Saudi Ampatuan, a circa cinque ore di auto da Marawi, provocando 26 morti tra le fila dei terroristi islamici e la fuga di migliaia di civili verso aree più sicure. “Lo scontro a fuoco è stato molto intenso – ha spiegato il tenente colonnello Alvin Lyog -. I terroristi sono scappati, lasciando dietro di sé ordigni esplosivi improvvisati, armi da fuoco molto potenti, munizioni e oggetti personali insanguinati”, ha aggiunto. 

Nel Mindanao musulmano si reclutano i terroristi affiliati all’Isis

Nella regione autonoma nel Mindanao Musulmano soffia con forza il vento dell’estremismo islamico e delle bandiere nere, nonostante la sconfitta di Marawi. La regione è a cavallo tra cinque province in cui sono presenti formazioni affiliate all’Isis: il Biff e il gruppo Maute nella provincia di Maguindanao e di Lanao del Sur e il gruppo Abu Sayyaf nelle province di Basilan, Sulu e Tawi-Tawi. Come spiega Bong S. Sarmiento su Asia Times, “per oltre quattro decadi, le lotte interne all’etnia Moro finalizzate all’autogoverno musulmano hanno lasciato la regione impoverita, con il potere che passa da una famiglia all’altra in maniera dinastica”. 

Dopo la liberazione di Marawi, il presidente filippino Rodrigo Duterte ha ammesso che i terroristi affiliati allo Stato islamico stavano ancora reclutando e arruolando nuove persone al fine di sostenere il loro progetto di stabilire un califfato nel sud-est asiatico.

La ricetta di Duterte: la legge marziale

Per sconfiggere i terroristi, il Congresso delle Filippine ha approvato il 13 dicembre scorso l’estensione della legge marziale nella regione di Mindanao fino alla fine del 2018, così come richiesto dal presidente Rodrigo Duterte. “La misura tesa a garantire la sicurezza pubblica ha indubbiamente richiesto un’ulteriore estensione, non solo per garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, ma soprattutto per consentire al governo e al popolo di Mindanao di portare avanti il compito più ampio di risanamento e di promozione di una crescita e di uno sviluppo socioeconomico stabile”, ha commentato il presidente Duterte all’indomani dell’estensione della legge marziale, dichiarata la prima volta il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo Maute ha assediato e occupato la città di Marawi, prima di essere scacciato e sconfitto lo scorso ottobre. 

Il califfo del sud-est asiatico

Secondo fonti vicine ai militari, il nuovo capo dell’organizzazione terroristica Abu Sayyaf, dopo la morte di Isnilon Hapilon, è Abu Dar, autoproclamatosi califfo “dello stato islamico del sud-est asiatico”. Il nuovo califfo, un Maranao purosangue proveniente da Lanao del Sur, è tra coloro che hanno pianificato l’assedio di Marawi. Un segnale che desta preoccupazione per la stabilità dell’intera regione. 

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