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Politica

L’Iraq prova ad uscire dalla crisi politica, ma nel Paese c’è solo violenza

L’Iraq continua a muoversi lungo il filo di una tensione mai smorzata, tra nuove manifestazioni e nuovi scontri armati che confermano una situazione tanto instabile quanto molto difficile da risolvere. L’unico dato potenzialmente positivo ha riguardato l’avvio nei giorni scorsi...
Proteste in Iraq (LaPresse)

L’Iraq continua a muoversi lungo il filo di una tensione mai smorzata, tra nuove manifestazioni e nuovi scontri armati che confermano una situazione tanto instabile quanto molto difficile da risolvere. L’unico dato potenzialmente positivo ha riguardato l’avvio nei giorni scorsi delle consultazioni ufficiali per la formazione di un governo. Non solo: pare che tra i palazzi della green zone di Baghdad, il quartiere governativo, si sia trovata la quadra tra le varie forze politiche per una “road map” volta ad uscire dall’impasse politico. Un percorso che prevederebbe la formazione di un nuovo governo in grado di traghettare l’Iraq verso nuove elezioni. Tuttavia, è ancora troppo presto per poter parlare di svolta definitiva.

Le consultazioni avviate dal presidente Salih

Qualcosa però si è mosso. Sotto il profilo formale, il capo dello Stato Barham Salih ha incontrato i vari rappresentanti delle forze politiche in parlamento. Sono state avviate cioè quelle che in Italia chiameremmo consultazioni, mossa propedeutica alla formazione di un nuovo esecutivo. Il premier Mahdi infatti, si è dimesso lo scorso 29 novembre a seguito della pressione della piazza che da circa un mese protestava contro il suo governo e l’intera classe governativa. Mahdi, politico sciita di lungo corso, è stato scaricato sia dalla principale formazione presente in parlamento, ossia la coalizione Al Sairoon guidata da Moqtad Al Sadr, sia dall’ayatollah Al Sistani, principale figura religioso degli sciiti iracheni.

Le proteste sono scoppiate a seguito del malcontento popolare che, da diverso tempo, è ben riscontrabile soprattutto nelle zone meridionali dell’Iraq, quelle cioè a maggioranza sciita. Da Bassora a Najaf, da Nassirya a Kerbala, le proteste sono ben presto dilagate in buona parte del Paese, arrivando fino alla capitale Baghdad. A differenza che in Libano ed in Algeria, altri paesi arabi scossi da manifestazioni tutto sommato però pacifiche, nel Paese mesopotamico sono state contate diverse vittime tra le persone scese in piazza, alcuni bilanci parlano anche di più di 300 morti.

Nelle proteste, oltre alle ragioni dovute alla crisi economica, sono emerse anche rivendicazioni anti iraniane. A dimostrarlo sono, tra le altre cose, gli assalti al consolato di Teheran a Najaf. Una matassa quindi molto intricata, che ha indotto Mahdi a dimettersi. Formare un governo in Iraq però non è affatto semplice. In primo luogo, come in Libano, devono essere rispettate le suddivisioni degli incarichi in base alla comunità di appartenenza. Dunque, il premier deve essere sciita, mentre il presidente della Repubblica curdo ed il presidente del parlamento sunnita. Inoltre, trovare una maggioranza tra i vari partiti sciiti e delle altre comunità etniche e religiose risulta alquanto difficile. Per formare il governo di Mahdi, ad esempio, sono state necessari nove mesi di consultazioni. Come detto in precedenza, la novità positiva delle ultime ore è che il presidente della Repubblica Salih ha avviato i colloqui.

L’impressione, complessivamente, è che stia prevalendo la linea di Moqtad Al Sadr. Quest’ultimo infatti è sceso in campo subito a favore dei manifestanti ed ha inoltre chiesto immediate nuove elezioni. Una posizione del tutto opposta a quella dell’altra grande formazione sciita, ossia quella composta dalla coalizione Fatah, più vicina a Teheran e contraria al cambio di governo. Il compromesso che sembra in procinto di essere ufficializzato, potrebbe riguardare la formazione di un nuovo esecutivo in grado di proiettare, entro pochi mesi, l’Iraq verso il voto. Per questo, come si legge in una nota della presidenza, Salih starebbe ricercando una figura indipendente ed al di sopra di ogni sospetto a cui affidare il ruolo di primo ministro. Un compito comunque non semplice, mentre fuori dai palazzi del potere la popolazione continua a rimanere in piazza.

Tra scontri ed intimidazioni: continua il caos nel Paese

In questo giovedì da Baghdad è arrivata una notizia che ben sintetizza l’attuale atmosfera che si vive nel Paese: due razzi sono caduti a poca distanza dall’aeroporto internazionale della capitale irachena. Non sono stati registrati danni, ma l’episodio mostra ancora una volta come l’Iraq sia caratterizzato al momento da una profonda instabilità. A Kerbala le autorità locali hanno deciso di chiudere gli accessi alla città, a seguito degli scontri di domenica. Qui, altra città santa per gli sciiti, uomini armati hanno aperto il fuoco contro Fahim al Tai, uno degli attivisti più popolari delle proteste, uccidendolo all’istante. Altri manifestanti sarebbero stati rapiti od avrebbero subito, secondo molte denunce arrivate anche via social, pesanti intimidazioni.

Nella capitale invece, un gruppo armato non identificato e non appartenente alle forze di sicurezza, ha aperto il fuoco contro i manifestanti, uccidendo 22 persone. Sabato 7 dicembre, un drone ha sorvolato la casa di Moqtad Al Sadr attaccando l’edificio. Il leader sciita in quel momento non era presente ed è dunque scampato a quello che ha tutta l’aria di essere un attentato mirato nei suoi confronti. Tra violenze, attacchi di non meglio precisati gruppi armati ed assalti contro sedi istituzionali, l’Iraq è in preda alle violenze. E l’impressione è che, per via del coinvolgimento di fazioni non appartenenti alle forze regolari, la situazione potrebbe pericolosamente sfuggire di mano. Le mosse politiche di questi giorni potrebbero non bastare per traghettare l’Iraq verso la normalità.





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