La crisi politica in Iraq prosegue senza sosta nonostante le proteste dei cittadini e il tentativo dei partiti di trovare un candidato comune in grado di traghettare il Paese verso nuove elezioni. Poche settimane fa sembrava che le maggiori forze politiche irachene si fossero accordate per affidare la carica di primo ministro a Mohammed Allawi, ma il primo marzo l’ex ministro delle Comunicazioni ha ritirato la sua candidatura in mancanza della maggioranza necessaria per poter governare. Dopo 15 giorni, nessun passo avanti è stato fatto in Iraq per dar vita a un nuovo esecutivo.

L’impasse politico

Dopo il ritiro di Allawi, il Parlamento ha avuto due settimane per presentare un nuovo candidato, ma il termine ultimo è scaduto il 16 marzo senza che le maggiori forze politiche irachene fossero in grado di trovare un punto di incontro. Per cercare di superare l’impasse, il 7 marzo il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani, si era recato in Iraq per aiutare le principali formazioni sciite nella nomina del successore dell’ex premier Mahdi. La sua visita aveva portato alla formazione di un comitato – composto da 7 membri – che il 15 marzo era effettivamente riuscito a trovare un accordo e ad avanzare la candidatura di Naim al-Suhail. Vice capo dell’ufficio della presidenza, leader dell’Alleanza delle tribù nonché uomo vicino all’ex primo ministro al-Maliki, Suhail è – come i suoi predecessori – un esponente di quel sistema politico contro cui la popolazione è insorta ad ottobre del 2019. Non sorprende quindi che la sua possibile nomina abbia fatto insorgere ancora una volta i manifestanti, che nonostante l’epidemia di coronavirus continuano a occupare piazze e strade delle maggiori città del Paese. Ma a fa saltare la candidatura di Suhail non è stato tanto il malcontento del popolo, quanto l’opposizione di al-Sadr. Il religioso è parte del Comitato incaricato di trovare un nuovo candidato per la premiership dell’Iraq e aveva inizialmente dato il suo appoggio a Suhail, preferendolo ad altri 30 nomi passati al vaglio della commissione. Tuttavia, il 16 marzo sia al-Sadr che il capo del blocco Hikma, Ammar al-Hakim, hanno deciso di fare un passo indietro, lasciando così Suhail senza la maggioranza necessaria per ottenere l’incarico di primo ministro. Scaduto anche quest’ultimo termine, il compito di indicare un candidato dovrebbe spettare al capo di Stato. Da tempo si vocifera che Saleh abbia intenzione di affidare l’incarico al capo dell’intelligence, Mustafa al-Kazemi, ma secondo la stampa irachena sembra che il presidente preferisca lasciare ancora una volta ai partiti il compito di trovare un nuovo premier. Il rischio è infatti che qualsiasi proposta avanzata dal capo di Stato venga bocciata dalle formazioni politiche apertamente ostili a Saleh, ritardando ulteriormente l’uscita del Paese dall’impasse. A questo punto, una delle opzioni sembra essere quella di affidare il nuovo Governo all’ex premier Mahdi, dimessosi a seguito delle proteste.

Manifestanti e milizie

Il ritorno al potere di Mahdi sarebbe un brutto colpo per i manifestanti, ancora in attesa della formazione di un Governo capeggiato da un uomo esterno al sistema politico tradizionale contro cui le piazze sono insorte ad ottobre. Ad oggi però le richieste del popolo iracheno sono rimaste per lo più inascoltate, dato che il profilo dei candidati presentati fino ad ora per la carica di primo ministro è ben lontano da quello desiderato dai manifestanti. Inoltre sia il nome di Allawi che la creazione del Comitato dei sette dimostrano come l’influenza iraniana sulle questioni interne del Paese continui ad essere forte, nonostante le richieste dei manifestanti di liberare Baghdad dal giogo di Teheran e di Washington. Queste due potenze stanno tra l’altro trasformando l’Iraq in un terreno di scontro per procura, come dimostrano gli ultimi attacchi delle milizie sciite contro la base americana di al Tanjii, a cui gli americani non hanno tardato a rispondere. L’impressione è che le formazioni paramiltari attive nel Paese abbiamo ripreso oramai forza dopo l’uccisione per mano americana di Qasem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader delle Unità di mobilitazione popolare (PMU) e siamo pronte a fare nuovamente pressione per il ritiro degli Stati Uniti, a tutti i costi.