In Iraq la situazione non è ancora tornata sotto controllo: al contrario, in tutte le principali città si susseguono le manifestazioni ed il conteggio delle vittime negli scontri è in continuo aggiornamento. Soltanto dall’inizio di questa settimana, fonti ufficiali hanno parlato di 13 vittime ma potrebbero anche essere di più. Nel frattempo, sul fronte politico tutto tace nonostante sia giunta la disponibilità del premier Ali Abdul Mahdi di farsi da parte.

Baghdad tra due fuochi

Come già detto nelle settimane passate, i disordini in tutto l’Iraq sono figli del profondo malcontento popolare: in alcune zone del paese, soprattutto a sud dove è concentrata la maggioranza sciita, a mancare sono anche i beni di prima necessità, l’erogazione di acqua potabile ed energia elettrica non è sempre garantita, anche negli ospedali a volte si fa fatica a reperire le medicine necessarie. Una vera e propria polveriera, da mesi pronta ad esplodere: l’Iraq dunque, lo si può raffigurare così alla vigilia delle proteste. I disordini però, sono esplosi in un momento delicato per il paese per tutto il medio oriente. Proteste e scontri hanno reso ancora più fragile un precario equilibrio tanto sociale quanto politico.

Soprattutto perché l’Iraq in questa fase si ritrova tra due autentici fuochi: da un lato c’è l’Iran, dall’altro l’Arabia Saudita. E questo non vale solo da un punto di vista geografico. A Baghdad sono ben presenti sia influenze filo iraniane che vicine a Riad, con il paese quindi appeso ad un sottile filo che unisce i due paesi alle prese con il più delicato braccio di ferro regionale. Ecco perché la situazione diventa ancora più delicata, giorno dopo giorno: ogni volta che una manifestazione degenera in scontri, l’Iraq rischia di scivolare in un definitivo pantano ed in un punto di non ritorno.

I possibili scenari

C’è chi, soprattutto tra i manifestanti, invoca le dimissioni del premier Mahdi. Una prospettiva non del tutto da escludere, anzi lo stesso presidente Barham Salih l’ha pubblicamente annunciata: “La situazione è seria ed il paese merita serie riforme – ha affermato nei giorni scorsi – Il premier potrebbe farsi da parte nel momento in cui si trovi un accordo per un nuovo governo”. Dimissioni sì dunque, ma senza vuoti di potere: quest’ultimo scenario è quello più temuto sia dal presidente che da molti analisti internazionali. Non però da Muqtad Al Sadr, il chierico sciita a capo di una coalizione che accomuna un movimento di protesta sciita con il Partito Comunista, la quale ha la maggioranza relativa nell’attuale parlamento. Secondo Al Sadr, servono elezioni anticipate con l’esclusione di tutti i partiti tradizionali. E nel fare queste richieste, il più popolare rappresentante sciita continua a dar ragione ai manifestanti ed a denunciare la corruzione nelle attuali istituzioni.

Il problema però non è legato né alla permanenza o meno di Mahdi, né a possibili elezioni anticipate. La verità è che l’Iraq si ritroverebbe, con un vuoto di potere, al punto di partenza e cioè nella situazione in cui le istituzioni devono rispecchiare un fragile equilibrio sia tra le varie comunità che tra le varie potenze regionali confinanti. Del resto, lo stesso governo di Mahdi è nato con l’intento di trovare un compromesso tra Al Sadr, fautore di una politica di emancipazione dall’Iran, ed i partiti sciiti vicini ai miliziani anti Isis ed al partito Fatah, quest’ultimi appoggiati da Teheran. La situazione dunque non si sbloccherà fino a quando non si deciderà, a Baghdad come all’estero, se trovare un nuovo equilibrio oppure di preservare l’attuale. La visita del generale iraniano Soleimani, avvenuta nei giorni scorsi, ne è una conferma: la crisi irachena è tenuta in grande considerazione da più parti, il futuro del paese è legato a doppio filo agli equilibri internazionali che riguardano il medio oriente.