L’Iran risponde a Trump: “Continueremo con il programma missilistico”

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Non si è fatta attendere la risposta dell’Iran alla scelta di Trump di de-certificare l’accordo sul programma nucleare iraniano. Subito dopo l’annuncio della nuova via intrapresa dal presidente Usa sul tema, il governo di Rohani ha espresso due concetti molto importanti. Il primo è che l’Iran non violerà il patto siglato nel 2015 dal gruppo del 5+1. Le parole del presidente Rohani sono state nette sotto questo profilo: “L’accordo nucleare è più solido di quanto quest’uomo (Donald Trump NdR) pensasse. Ora vuole modificare l’intesa assieme al Congresso. Ma questo non accadrà”. Parole che indicano la volontà del presidente iraniano di giocarsi la carta della nazione che rispetta i patti, al contrario degli Stati Uniti che, nell’ottica di Teheran, devono ora essere percepiti dall’opinione pubblica mondiale e dalla comunità internazionale come coloro che hanno violato gli impegni presi. Il secondo concetto espresso dal governo è altrettanto chiaro: l’Iran continuerà a sviluppare il programma missilistico. “L’Iran resterà impegnato nell’accordo internazionale sul nucleare tanto a lungo quanto servirà agli interessi nazionali e il suo programma di missili balistici si espanderà nonostante le pressioni degli Stati Uniti”. Un concetto molto chiaro che evidenzia tutti i rischi che comporta la scelta di Donald Trump di colpire l’accordo sul nucleare iraniano minando la fiducia di Teheran nel rapporto positivo con la comunità internazionale e, in particolare, con Washington.

L’Iran ha reagito a questa scelta di Trump nel modo probabilmente più furbo. Ma il rischio è che il presidente degli Stati Uniti abbia scatenato un sentimento di rivalsa all’interno di tutti gli apparati iraniani, statali e privati, militari e civili, che può instillare nella repubblica islamica il senso quel senso di fortezza sotto assedio per cui si senta obbligata a rispondere con durezza e violenza a ogni nuova minaccia al suo spazio vitale. In sostanza, quello che la comunità internazionale temeva, si sta avverando. L’Iran si sente accerchiato e minacciato dalle scelte di Trump, che si pongono in sintonia perfetta con le scelte di politica estera degli avversari storici della Repubblica islamica dell’Iran: Israele e Arabia Saudita. La situazione mediorientale, sempre incandescente, vede l’Iran impegnato sul terreno siriano per sconfiggere lo Stato islamico, a sostegno del governo di Damasco, e in collaborazione con la Russia e le truppe di Hezbollah. L’espansionismo siriano è da sempre avvertito come il pericolo più grave per la sicurezza di Israele e per gli interessi dell’Arabia Saudita, e Trump, soprattutto grazie alle mosse di Nikki Haley – ferrea sostenitrice delle politiche contro l’Iran e suoi alleati – ha consolidato questo sistema triangolare fra Washington, Riad e Tel Aviv. Di fronte alla crescita e al rafforzamento di questa struttura di alleanze, l’Iran non può fare altro che consolidare il suo programma missilistico, consapevole che alla minaccia di avere un blocco mediorientale a lui ostile, può rispondere soltanto attraverso lo sviluppo di sistemi di difesa tali per cui si possa giungere a una sorta di deterrenza, seppur non di stampo nucleare.



Questo non vuol dire che l’Iran voglia una guerra. E non è detto assolutamente che Trump voglia un conflitto su larga scala con l’Iran. Tuttavia è evidente che, negli anni, l’avvicinamento all’Iran e la contrapposizione alla sua sfera d’influenza siano fatti ormai assodati. La guerra in Siria per abbattere Assad, le sanzioni contro Hezbollah e le minacce di guerra, il blocco saudita nei confronti del Qatar (con la richiesta ufficiale da parte di Riad di interrompere le relazioni politiche ed economiche con Teheran), le sanzioni contro le aziende iraniane, la possiblità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella black-list delle organizzazioni terroristiche, ed ora la volontà di stracciare l’accordo sul nucleare, sono tutti fattori che non fanno altro che aumentare l’ostilità dell’Iran e il sentimento di rivalsa. Questo sentimento di rivalsa può originare due conseguenze alternative fra loro: o l’Iran si compatta con il presidente Rohani, che finora ha mostrato di volere mantenere relazioni eccellenti con l’Europa e i partner cinesi e russi; oppure potrebbe anche portare all’ascesa di movimenti più conservatori e palesemente anti-americani e anti-israeliani che vedono nelle mosse di Trump la dimostrazione che la guerra è inevitabile, così come il rischio che frange più nazionaliste dei militari prendano il sopravvento. Un rischio che il mondo non può permettersi.