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La presidenza di Donald Trump continua a far discutere ed a causare profonde tensioni tra il Partito Repubblicano e quello Democratico. La procedura di impeachment in corso contro il Capo di Stato e la risoluzione, votata dalla Camera dei Rappresentanti, per limitare i poteri di guerra del presidente sono solo due dei tanti esempi in materia. Il raid americano che ha portato all’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani e ad un aumento delle tensioni con Teheran ha suscitato polemiche tra le fila dei progressisti ed ha provocato un’ulteriore e frattura nell’agone politico americano. I legislatori hanno lamentato come la presidenza non li abbia informati del raid prima che questo avesse avuto luogo e la Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica ha così votato in favore di una risoluzione, non vincolante e sponsorizzata dalla deputata Elissa Slotkin, che invoca una restrizione delle possibilità di poter attaccare l’Iran senza l’approvazione del Congresso.

Rischio autogol

La misura indica al presidente di fermare le operazioni delle Forze Armate americane contro l’Iran a meno che il Congresso non dichiari guerra, non formuli una specifica autorizzazione in materia oppure che non sia necessario procedere con le ostilità per proteggere gli Stati Uniti da un attacco imminente. La proposta di legge, che fa riferimento al War Powers Resolution, ha raccolto il voto favorevole di 224 deputati e quello contrario di altri 194.  La risoluzione, inoltre, appartiene ad una categoria di atti che non richiedono, per entrare in vigore, la firma del Presidente. Questa misura non è legalmente vincolante per l’inquilino della Casa Bianca e rappresenta un segnale politico di contrarietà espresso da un ramo del Parlamento. La Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha però affermato come la risoluzione dia un appiglio legale. Gli effetti della misura legislativa, dunque, rischiano di essere meramente propagandistici e di infiammare ancora di più il già infuocato dibattito tra conservatori e progressisti americani.

Le prospettive

Le elezioni presidenziali del 2020 rappresentano un ambito bottino elettorale per gli schieramenti in campo che, già da tempo, stanno affilando le proprie armi per cercare di strappare la vittoria all’avversario. I Democratici possono contare, nel biennio in corso che terminerà proprio in occasione delle consultazioni del 2020, sulla maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Rappresentanti e ciò gli garantisce un’arma potente, seppur spuntata, da utilizzare contro la Casa Bianca. Le critiche nei confronti di Trump, l’avvio della procedura di impeachment ed altre misure potrebbero avere due effetti: rinforzare la base elettorale del Presidente e fargli guadagnare ulteriori simpatie tra gli indecisi oppure indebolirlo progressivamente attraverso un lungo processo di logoramento. I Democratici sembrano aver decisamente puntato su quest’ultimo effetto e sperano, probabilmente, che sottolineare ogni errore e puntare sulle debolezze di Trump possa infine portar loro dei benefici. Il problema, però, è che limitarsi ad attaccare il Presidente senza proporre un programma politico alternativo e chiaro rischia di rivelarsi improduttivo. Le diverse anime del Partito, infatti, sono ancora piuttosto lontane e le lunghe primarie dovranno far emergere una figura unificante che sappia traslare il fermento dei progressisti in una serie di proposte concrete.