La forza di un Paese non si dimostra soltanto con la capacità di imporre la propria politica e o di incutere timore attraverso una minaccia militare. Un Paese forte è anche quello che dimostra di saper rispettare gli impegni presi, a prescindere dal cambio politico dettato da un’elezione. Gli Stati Uniti, con il nuovo corso di Trump riguardo al nucleare iraniano, hanno dimostrato l’impossibilità di prevedere le mosse di Washington in un arco temporale anche piuttosto ristretto da parte dei suoi partner e nemici. L’Iran aveva concluso con le potenze mondiali il Joint Comprehensive Plan of Action, con gli Stati Uniti quale perno fondamentale di questo nuovo sistema. Oggi, dopo due anni da quella stretta di mano nel 5+1, l’accordo è stato de-certificato da Trump che, lasciando decidere il Congresso sul da farsi, ha sostanzialmente abdicato al ruolo di guida della politica estera su questo punto. Così facendo, il presidente Usa non solo ha posto il Jcpoa in un limbo di instabilità e di incertezza, ma ha anche reso evidente a tutti che la politica estera statunitense, in due anni, è cambiata a tal punto da rivoluzionare la visione su un determinato Stato o su una particolare crisi.
Se questo è vero, allora si può ritenere abbastanza plausibile che uno degli effetti di questa mossa di Donald Trump sia quella di irrigidire la posizione di un altro Stato che, dall’altra parte dell’Asia, rappresenta una spina nel fianco per la geopolitica statunitense: la Corea del Nord. L’accordo sul nucleare iraniano ha rappresentato per molti mesi uno dei modelli su cui si è basata la diplomazia occidentale e asiatica per costruire una base negoziale con Kim Jong-un. Al netto delle differenze evidenti fra Corea del Nord e Iran, l’idea di arrivare a un compromesso internazionale con i maggiori Stati del mondo e Pyongyang, sul modello (pur limitato) del Jcpoa, era una base abbastanza solida per dimostrare che c’era una via per arrivare alla fine di un programma atomico senza dover passare per la minaccia armata o direttamente alla guerra. E con le continue provocazioni di Kim e le sue minacce, non tanto velate, all’America e ai suoi alleati asiatici, dimostrare che gli Stati Uniti fossero coinvolti in maniera positiva all’interno di un negoziato con un Paese ostile, sarebbe stato quantomeno una conferma della possibilità che qualcosa potesse essere raggiunto.
I primi mesi di Trump hanno dimostrato una sola cosa: la sua imprevedibilità. Ha iniziato attaccando la Cina, per poi tornare suoi passi invitando Xi negli Stati Uniti ed è ritornato ora sul piede di guerra chiedendo a Pechino pressioni sulla Corea del Nord. Ha attaccato gli accordi sul clima per poi dire di avere (forse) pensato a un’altra soluzione che non preveda il ritiro totale dagli accordi di Parigi. Poi è stata la volta della Nato, prima considerata obsoleta poi fondamentale ma chiedendo agli altri Paesi di spendere di più. Si può parlare poi del tema Afghanistan, tema in cui il presidente Usa è passato in pochi mesi dal ritiro delle truppe all’aumento del contingente. E stessa cosa può dirsi sull’impegno Usa in Siria. Sul fronte iraniano, Trump è stato univoco da subito, gliene va dato atto: ha sempre rafforzato l’asse con Israele e Arabia Saudita ed ha continuamente attaccato l’Iran. In questo, Nikki Haley, sua delegata alle Nazioni Unite, è stata estremamente abile. E stessa cosa sta facendo con la Corea del Nord, contro cui continua a dire da sempre che non c’è possibilità di dialogare con Kim Jong-un.
Tuttavia, mettendoci un attimo nei panni (scomodissimi) del dittatore di Pyongyang, cosa si può pensare adesso degli Stati Uniti? Donald Trump ha sicuramente fatto un atto di forza, dicendo che il negoziato con l’Iran non gli piace e che lui non lo vuole confermare, ma ha in sostanza deciso unilateralmente, in barba a tutti i suoi partner internazionali, che l’Iran non rispetta gli accordi. Quale incentivo può avere, adesso, Kim Jong-un a sedersi a un tavolo con i rappresentanti degli Stati Uniti? E questo è un problema serissimo perché, al contrario di Teheran, Pyongyang ha l’atomica e sta giungendo anche alla tecnologia adeguata per trasportarla. Certamente non dichiarerà mai guerra agli Stati Uniti né bombarderà da un momento all’altro gli alleati occidentali nel Pacifico, ma è evidente che il rischio impone una via diplomatica. E la diplomazia Usa, dopo l’ultima mossa di Trump, appare molto meno affidabile di prima e soprattutto molto più rigida. L’accordo iraniano, che in cambio della fine del programma nucleare presupponeva incentivi economici e fine delle sanzioni, era un modello utile soprattutto per un Paese che ha già l’atomica. In pochi mesi, nonostante la comunità internazionale abbia confermato i progressi dell’Iran, gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni, stanno dicendo che l’accordo va cambiato e, infine, hanno deciso di intraprendere una campagna durissima in sede internazionale contro Teheran e gli alleati. E il tutto senza una vera e propria strategia a lungo termine. Errori che costeranno caro, soprattutto per congelare la crisi della penisola coreana.
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