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L’Iran diventa un membro dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco). Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amirabdollahian, che ha scritto sul proprio profilo Twitter di avere firmato il memorandum d’intesa per entrare a far parte dell’organizzazione che già comprende Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan e che ha ulteriori Paesi osservatori e partner particolarmente importanti, tra cui Azerbaigian e Turchia.

La firma del memorandum è la cristallizzazione di un processo in cui la Repubblica islamica si è progressivamente avvicinata alla Repubblica popolare cinese, ma è anche il frutto di un percorso di avvicinamento dell’Iran a tutti i Paesi membri della Sco, a cominciare dalla Russia. Una svolta che serve soprattutto a consolidare il partenariato strategico tra Pechino e Teheran, formalizzato in diversi accordi di particolare importanza, ma che adesso è sfruttata a livello politico da Mosca, dal momento che proprio i media russi e lo stesso Vladimir Putin hanno voluto pubblicizzare l’accordo di adesione come un risultato anche a favore di Mosca.

Il rafforzamento dell’asse tra Russia e Iran, in cui l’incontro di Samarcanda per la Sco è solo un tassello, non è un passaggio scontato della politica estera russa. Tradizionalmente, il rapporto tra i due Stati si è caratterizzato per una contrapposizione data dall’essenza imperiale di entrambe le potenze, con una partnership che si è rafforzata soprattutto dopo la rivoluzione di Khomeini. La caduta dell’Unione Sovietica ha aiutato la rete di alleanze iraniana in Medio Oriente, ma non è stata rimossa la comunanza di intenti su alcuni punti. Convergenza che si è concretizzata soprattutto nel sostegno alla causa di Bashar al Assad, anche se non va dimenticato come i due Stati abbiano cercato di limitarsi per evitare di lasciare il pieno controllo della Siria all’altro. Gli accordi di Astana si sono poi rivelati una piattaforma fondamentale nel regolare i rapporti strategici insieme alla Turchia. E nel tempo, complice anche la crescente ostilità tra Russia e Stati Uniti, la Repubblica islamica è tornata a dialogare col Cremlino assiduamente e con sempre maggiore interesse.

Un interesse che ora è probabilmente addirittura rovesciato. E lo dimostrano alcuni passaggi della narrazione russa per quanto riguarda i rapporti con il gigante sciita. Un cambiamento da non sottovalutare. Con l’isolamento internazionale causato dalla guerra in Ucraina, Putin si è rivolto principalmente a oriente, e l’Iran, che subisce da anni le sanzioni Usa e che si è sempre più spostato nell’orbita cinese, si è rivelato un partner essenziale. In occasione del suo ultimo viaggio a Teheran, a luglio, Putin ha voluto ribadire la vicinanza al suo omologo Ebrahim Raisi e alla guida suprema Ali Khamenei. Il leader russo, subito dopo il vertice, ha parlato di “Stati veramente sovrani” che adottano sistemi per costruire “le basi e i principi di un ordine mondiale armonioso”. E questa progressiva vicinanza della Russia all’Iran si è osservata anche nelle analisi dei media, in cui anzi si è giunti a una narrazione fortemente positiva nei confronti del Paese asiatico, guardato come esempio di potenza isolata ma in grado di resistere alle sanzioni e al blocco imposto dall’Occidente. Motivo per cui qualcuno aveva parlato di “iranizzazione della Russia” mentre su Ria Novosti si è addirittura sostenuto che Mosca aveva commesso un clamoroso errore strategico a rivolgersi a ovest invece di guardare alla Repubblica islamica.

Nel frattempo, si sono anche rafforzati i rapporti economici e militari. Si è parlato con sempre maggiore insistenza di droni iraniani confluiti in Ucraina per dare man forte agli arsenali russi: alcune testimonianze parlano di droni Shahed spacciati per velivoli di fabbricazione nazionale. A Samarcanda, il presidente russo ha detto che una delegazione di 80 grandi aziende russe arriveranno in Iran la prossima settimana, mentre Rasi ha detto che saranno queste partnership a far superare le crisi dovute alle sanzioni. Sul fronte del gas e del petrolio, inoltre, l’Iran può essere un passaggio importante nella vendita degli idrocarburi russi.

Tutto questo conferma quello spostamento del baricentro strategico russo verso sud-est che non è solo una inevitabile reazione alle porte chiuse dall’Occidente, ma anche un modo ulteriore per confermare l’asse con la Cina. Per Pechino, l’Iran è essenziale sia come corridoio per la Via della Seta, sia per aumentare la propria sfera di influenza in Asia e verso il Medio Oriente. Il fatto che la Russia abbia sostenuto l’ingresso di Teheran nella Sco può dunque essere letta sia come una volontà russa di mostrarsi più affine all’organizzazione di Shanghai sia come un passaggio di consegne a favore di Pechino quantomeno nello scacchiere asiatico. Come racconta il Corriere della Sera, il fatto che Putin sia a Samarcanda come leader di una potenza sostanzialmente esportatrice di materie prime e non come regista al pari di Xi Jinping è un segnale politico da non sottovalutare. In questa fase di riposizionamento strategico verso oriente, in cui gli interessi russi si spostano sempre più verso est sia in chiave cinese sia per le risorse asiatiche in generale, l’Iran è una chiave importante. Sia per la protezione degli interessi russi nella sua porta meridionale (il Caucaso), sia per avere rapporti sempre più stretti con un rivale degli Stati Uniti sia come conferma di una stabilità cercata fortemente dalla Cina ma in cui la Russia, cercando di limitare il gigante asiatico, rischia di essere il guardiano delle sue rotte.

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