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Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha promesso nuove azioni offensive nei confronti degli Stati Uniti per vendicare l’uccisione, avvenuta in Iraq nel mese di gennaio, del Generale dei Pasdaran Qassem Soleimani. Neppure la pandemia di coronavirus, dunque, è riuscita a placare l’inimicizia tra Teheran e Washington e questa rivalità rischia di generare scossoni d’instabilità in tutto il Medio Oriente. Negli ultimi mesi le due nazioni si sono affrontate in Iraq, dove le milizie iraniane hanno lanciato missili contro le basi americane presenti e dove l’esercito di Washington ha condotto diversi raid punitivi contro personalità legate a Teheran.

Una vendetta necessaria

Le parole del Capo di Stato iraniano risuonano minacciose: il Generale Soleimani era, a tutti gli effetti, una delle figure politiche più potenti del Paese e secondo per influenza solamente all’Ayatollah e Leader Supremo Ali Khamenei. Ci sono discrete possibilità che la vendetta di Teheran possa essere dilazionata nel tempo ed avere natura imprevedibile. Non è escluso che a condurre l’eventuale offensiva possano essere gruppi di miliziani legati all’Iran, come ad esempio gli Hezbollah libanesi ma, con tutta probabilità, Teheran preferirà probabilmente agire in maniera diretta.

Un nuovo attacco iraniano potrebbe avere come obiettivo uno Stato filo-americano della regione del Golfo: dal Kuwait all’Arabia Saudita, dal Bahrain agli Emirati Arabi Uniti. L’Iran avrebbe poco da perdere e tutto da guadagnare da una mossa così ardita: Teheran, infatti, è piuttosto isolata nell’area, con l’eccezione dei rapporti cordiali intrattenuti con l’Oman, da sempre una nazione neutrale e le affinità con i ribelli Houthi yemeniti. Colpire gli Stati Uniti ed uno Stato regionale rivale potrebbe rilanciare l’Iran come guida di una più vasta alleanza anti-americana in Medio Oriente. La fedeltà dei principali partner di Teheran, dagli Hezbollah libanesi alla Siria di Bashar al-Assad passando per le milizie e le componenti politiche sciite in Iraq, sarebbe assicurata in nome dell’antiamericanismo militante ed il ruolo di guida ricoperto dall’Iran potrebbe aiutare la propaganda statale a rilanciare un esecutivo sempre più colpito da dissenso e proteste.

Le prospettive

Un eventuale attacco iraniano nel Golfo genererebbe gravi conseguenze: gli Stati Uniti non potrebbero esimersi dal reagire e ciò potrebbe dar vita ad una escalation pericolosa. Come in un complesso gioco di equilibri, infatti, Teheran deve dimostrare, ai propri alleati e ad una parte dell’opinione pubblica, di essere in grado di reagire e rispondere alle provocazioni esterne. L’Iran, in parole povere, non può perdere la faccia ma non può neanche superare il limite, pena un contrattacco micidiale da parte di Washington. La posizione di Teheran è resa ancora più difficile dalle misure americane che ne minano le prospettive di crescita economica: Washington, di fatto, ha bloccato con durissime sanzioni l’export petrolifero iraniano e ciò ha generato un crescente malcontento nel Paese. Sullo sfondo, poi, c’è la pandemia da Covid-19 che si è abbattuta sull’Iran con particolare virulenza e che aggiunge incertezze e destabilizzazioni ad un quadro già complesso. La propaganda ed una mossa spettacolare, dunque, potrebbero essere quelle carte vincenti di cui ha bisogno per l’establishment di Teheran per rilanciarsi.