Quando anche una singola piazza si riempie in un paese mediorientale, diventa quasi inevitabile l’accendersi dei fari dei media di tutto il mondo: tra presunte verità, false notizie ed immagini, con negli occhi ancora quanto accaduto nel mondo arabo a seguito della cosiddetta ‘primavera’ del 2011, è indubbio l’interesse che può suscitare anche un singolo gruppo di manifestanti nella regione più calda del pianeta. In questi giorni poi, è arrivato il ‘turno’ dell’Iran, paese oramai elevato al rango di potenza regionale e la cui stabilità appare quindi importante per la tenuta della regione e per i rapporti di affari che, dopo l’accordo sul nucleare del 2016 in parte poi rimangiato dagli USA, alcuni paesi occidentali hanno iniziato ad intrattenere con Teheran. Tra chi accusa ingerenze esterne, tra chi evidenzia invece la natura spontanea delle proteste e chi, ancora, ricorda quanto avvenuto di recente tra Siria e Libia, la situazione appare spesso descritta in modo parziale da una parte e dall’altra; c’è però un elemento ancora poco dibattuto in queste ore, che riguarda i riferimenti alla propaganda ed a come, negli ultimi giorni, essa potrebbe avere influito nelle proteste in un senso o nell’altro grazie a quello spauracchio, già temuto in tempi non sospetti a Teheran, delle tante tv in lingua farsi aperte in giro per il mondo. Passa davvero da questo il via alle proteste in Iran?

Le tv in lingua farsi in giro per il mondo

Basta parlare con un iraniano residente in Italia per distinguere le televisioni con sede a Teheran da quelle che, al contrario, hanno le redazioni in altre parti del mondo pur trasmettendo in farsi, lingua ufficiale della Repubblica Islamica: se si fa scorrere il telecomando tra le tv straniere ricevute tramite la parabola, non tutte quelle dove vi è il riferimento all’Iran sono realmente iraniane, anzi la gran parte hanno gli studi lontani migliaia di chilometri da Teheran; se, per l’appunto, si ha accanto un cittadino del paese guidato dagli Ayatollah, egli indicherà subito quali sono quelle realmente iraniane e quali, invece, hanno le sedi a Londra piuttosto che a Los Angeles e la differenza, in tal senso, verrà mostrata da un singolo ma importante dettaglio, ossia la presenza o meno del velo attorno al volto della conduttrice. I programmi trasmessi dall’Iran sono presentati da una giornalista il cui viso è coperto dal caratteristico chador, in quelli invece registrati negli USA le donne che parlano hanno il capo scoperto.

Quella della propaganda è una guerra che, nel contesto iraniano, ha origini mediamente remote: già nel 2008, la BBC ha calcolato che circa il 30% dei cittadini iraniani avevano all’epoca accesso alle tv in lingua Farsi diffuse via satellite dall’estero; lo stesso colosso mediatico di Sua Maestà, l’anno dopo ha aperto BBC Persian, canale all news dove servizi e notizie vengono trasmessi in farsi. La tempistica, a Londra come a Teheran, non è passata inosservata: il via alla programmazione è stato dato a meno di un mese dalle delicate presidenziali tenute nella Repubblica Islamica in quell’anno, culminate poi con le proteste della cosiddetta ‘Onda Verde’ a sostegno di Mussawi e contro il riconfermato Mahmud Admanidejad. Tra i canali in lingua farsi maggiormente visti, spicca anche un apposito ‘ramo’ di ‘Voice of America’; la tv trasmette in 43 lingue diverse, tra cui anche in farsi: l’emittente dipende dall’International Broadcasting Bureau e dal Broadcasting Board of Governors, essa è dunque legata a doppio filo al governo di Washington e, per tal motivo, il suo canale dedicato all’Iran non viene visto di buon occhio dalla leadership di Teheran.

L’esperimento che però in tal senso ha destato maggiori curiosità, è quello di Manoto Tv: appartenente al gruppo Marjan Television Network, fondato da Kevyan e Marjan Abbassi , il canale ha tra i finanziatori anche Rupert Mardoch. Su Manoto Tv, che ha base a Londra ed è stato aperto nel 2010, non vanno in onda solo i notiziari bensì anche e soprattutto programmi di intrattenimento. Dalla versione farsi di X Factor, fino a programmi di culinaria in cui viene utilizzato il vino (proibito nella Repubblica Islamica), passando anche per fiction dove i protagonisti sono volti giovani in abiti occidentali; Manoto Tv appare essere il canale che certamente, rispetto agli altri prima citati, è più incentrato sul condizionamento dei costumi prima ancora che della politica in Iran. Le autorità di Teheran sono preoccupate, con riferimento a Manoto Tv, per la presa che il canale negli anni futuri potrebbe avere sulle giovani generazioni e sulle loro possibili future abitudini, specie nelle grandi città.

Non mancano anche altri canali, quali Farsi 1 e Gem Tv, con quest’ultima avente sede in Turchia, così come non mancano tv al di fuori dei grandi network sopra citati con sede soprattutto a Los Angeles; si calcola che, complessivamente, negli ultimi dieci anni almeno 200 canali in lingua farsi sono stati aperti tra gli USA e la Gran Bretagna. In Iran hanno spesso fatto riferimento a questa situazione con il termine ‘offensiva’, quasi ad indicare come, per l’appunto, quella in corso da quasi un decennio a questa parte è frutto di una vera e propria guerra di propaganda con Teheran ed i costumi della Repubblica Islamica nel mirino. Un canale in lingua farsi è inoltre stato aperto all’interno della ‘rivale’ regionale: da La Mecca infatti, dall’ottobre 2016 trasmette una tv lanciata dai sauditi con programmi nella lingua parlata in Iran, ufficialmente per dare la possibilità, a chi non riesce a recarsi nella Città Santa dei musulmani, di partecipare all’annuale pellegrinaggio durante la festa dell’Hajj.

Il reale peso delle tv in lingua farsi nelle proteste odierne

Che dall’estero ci sia la volontà di condizionare il dibattito politico e sociale iraniano appare dunque palese, ma questa non è affatto una novità degli ultimi giorni; la diffusione delle tv straniere sul pubblico della Repubblica Islamica è però tutta da verificare: il 30% di cui ha parlato nel 2008 la BBC, stava ad indicare la percentuale di chi può permettersi di avere accesso alle trasmissioni satellitari, non quindi l’effettivo odiens raggiunto nel paese mediorientale. Oggi quella percentuale potrebbe essere salita di qualche punto, ma l’incidenza delle tv in lingua farsi che trasmettono dall’estero appare in ogni caso limitata in seno alla società iraniana; come prevedibile inoltre, il pubblico che guarda la tv via satellite si trova soprattutto a Teheran, molto di meno via via che si va a considerare la profonda provincia iraniana.

Come ha scritto nelle scorse ore Gian Micalessin, la protesta non è però affatto partita dalla capitale bensì da ambienti conservatori di Mashad, seconda città del paese e cuore del potere del clero religioso; il primo raccoglimento in piazza è stato organizzato per protestare contro il presidente Rohani, poi però la situazione sembra essere sfuggita di mano ed i disordini hanno fatto leva sulla situazione economica del paese, con la protesta che si è propagata in alcune aree dell’Iran ma non scalfendo al momento Teheran. La guerra di propaganda esiste, è da circa un decennio che va avanti tra finanziamenti all’estero e sospetti dilaganti nelle gerarchie della Repubblica Islamica, ma essa è forse un qualcosa che potrebbe far sentire i suoi effetti in un futuro non immediato; in queste dimostrazioni, ad incidere maggiormente, è il sentimento di rivalsa di tanti disoccupati e di famiglie costrette da anni alla stretta soprattutto nelle province più povere.  

Non è, almeno per il momento, sceso in piazza il potenziale pubblico delle tv satellitari: chador, costumi, diritti civili e quant’altro, nonostante quanto mostrato da diversi media in occidente, non hanno affatto avuto incidenza, le proteste di queste ore sono un affare tutto interno all’Iran ed alla sua società. Le televisioni straniere potrebbero nei prossimi giorni ingigantirne gli effetti, ma non aumentarne la reale portata.