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L’Iran ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale di approvare, nel più breve tempo possibile, la richiesta di un prestito emergenziale da 5 miliardi di dollari effettuata da Teheran. La liquidità sarebbe necessaria per sostenere gli sforzi nella lotta al coronavirus ed il presidente iraniano Hassan Rouhani ha affermato come l’approvazione delle richieste non debba essere soggetta ad alcuna discriminazione. L’Iran è stato duramente colpito dalla pandemia mondiale di Covid-19: nel Paese, al momento, sono stati riportati 66.220 casi del morbo ed oltre 4100 morti. Il sistema produttivo dello Stato, già segnato dalla malattia, subisce anche le dure sanzioni americane che hanno colpito l’export petrolifero, una delle principali fonti di reddito di Teheran. La richiesta al Fondo Monetario Internazionale potrebbe non essere accolta: gli Stati Uniti, i principali sostenitori dell’ente, sarebbero contrari ed hanno sostenuto che Teheran avrebbe fondi sufficienti per gestire l’emergenza.

Le mosse americane

Washington teme che l’Iran possa utilizzare gli aiuti internazionali per finanziare le attività di alcuni gruppi terroristici e milizie in Medio Oriente e che l’invio di liquidità possa essere destinato alla rivitalizzazione di settori dell’economia nazionale danneggiati dalle sanzioni. Questo stato di cose rischia, dunque, di far decadere la richiesta di Teheran al Fondo: servirebbe il supporto di Russia, Cina, Unione Europea e di una serie di altri Paesi  per eludere il blocco americano e non sembra che ciò avverrà. Gli Stati Uniti, peraltro, possono contare sull’appoggio di alcune nazioni mediorientali che hanno inviato aiuti a Teheran per fronteggiare l’epidemia, ma che sono contrarie all’erogazione del prestito. Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo iraniano per la Sicurezza Nazionale, ha definito l’ostracismo americano come un caso di crimine contro l’umanità e più in generale questa grave controversia rischia di provocare un peggioramento nelle relazioni bilaterali tra i due Stati, già ai minimi storici.

L’economia iraniana

La pandemia di Covid-19 ha posto le autorità del Paese di fronte ad un dilemma complesso: il morbo va fermato prima che causi perdite significative di vite umane ma, al tempo stesso, l’imposizione di severe misure di contenimento potrebbe provocare gravi danni ad un’economia che già non gode di buona salute. In quest’ottica, dunque, va letto l’annuncio del presidente Rouhani circa una ripresa delle attività lavorative a basso rischio a partire dall’11 aprile e dal 18 aprile a Teheran. L’Iran non aveva comunque introdotto limitazioni alla vita quotidiana eccessivamente severe, in particolare modo se paragonate a quelle in vigore nel Vecchio Continente.

L’esecutivo iraniano deve dunque barcamenarsi tra i due fuochi della recessione e della catastrofe umanitaria e rischia, allentando troppo precocemente le misure di contenimento, di favorire la comparsa di una seconda ondata di contagi che potrebbero mettere in ginocchio il Paese. Secondo le stime della Banca Mondiale l’economia dello Stato si è contratta dell’8,7 per cento nel 2019 mentre per la Nazioni Unite, nel 2020, il segno meno dovrebbe fermarsi al 2,7 per cento. Il tasso d’inflazione tra il marzo del 2019 e quello del 2020, invece, si sarebbe attestato al 34,8 per cento mentre quello di disoccupazione al 10,6 per cento. La stabilità dell’Iran ed il suo ruolo di potenza mediorientale passa anche da un sistema produttivo florido e da un’economia in buona salute: l’assenza di queste condizioni di base potrebbe far perdere posizioni ed influenza all’importante Stato sciita.





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