L’armada statunitense (così l’ha definita Trump) guidata dalla portaerei Abraham Lincoln, è ormai arrivata “distanza di tiro” dall’Iran, come anche i jet militari e i velivoli per il rifornimento in volo, mentre le difese a terra, rafforzate, sono pronte a intercettare la ritorsione iraniana contro le forze Usa e Israele.

Annunciate anche esercitazioni durature nella regione, mentre alcuni giorni fa il capo del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, si è recato in Israele per confrontarsi con i generali di Tel Aviv. Tutto è pronto, quindi, con Trump che oggi ha nuovamente minacciato Teheran e aperto ai negoziati: “Speriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale! Come ho già detto all’Iran una volta, FATE UN ACCORDO!”.

Visiting CENTCOM chief meets top IDF generals amid US military buildup in Mideast

Al di là della solita ambiguità, che pure lascia spiragli di speranza a causa dei pregressi (quando ha annullato attacchi annunciati), nella minaccia nulla si dice della repressione attuata da Teheran durante il recente fallito regime-change, motivazione ufficiale della mobilitazione attuale.

Non solo una contraddizione: disvela che del sangue versato allora nulla importava, che peraltro nulla c’entra con l’asserita quanto inesistente minaccia atomica iraniana. Inoltre, Trump ricorda la “massiccia distruzione” inflitta all’Iran con l’attacco di giugno, aggiungendo che il “prossimo attacco sarà molto peggiore!” Strana difesa del popolo iraniano.

Bizzarrie a parte, una criticità dell’apertura di Trump sta nelle narrazioni sull’attacco di gugno, che spiegavano come le trattative intavolate dagli Usa con l’Iran servissero a infondere un senso di sicurezza alle autorità di Teheran per colpire di sorpresa.

l'Iran e l'imperialismo bipartisan degli Usa

Narrazione non vera, dato che Netanyahu attaccò senza il consenso di Trump per trascinarlo in guerra, ma che è stata corroborata dallo stesso presidente Usa in uno dei suoi deliri verbali (doveva ricucire con Netanyahu al quale aveva fatto il torto di non incenerire Teheran). Resta che la narrazione pregressa non può che rendere sospettosi gli iraniani.

Come allora, Trump è restio ad attaccare, ma stavolta ha meno agio a frenare. A sostenere l’attacco non sono solo neocon e peones repubblicani, ma anche i democratici. Sulla convergenza bipartisan nelle guerre americane, un articolo di Jon Reynolds su Antiwar.

Democrats Are Complicit Enablers of Trump’s War Machine

Dopo aver ricordato come negli ultimi decenni gli Usa hanno devastato mezzo mondo, Reynolds spiega: “Trump incarna l’imperialismo statunitense senza veli, ma non è un re. Queste azioni richiedono più della semplice volontà: richiedono complicità; i voti per finanziarle, il supporto per gestirle e la copertura procedurale […]. Non solo dei Repubblicani, ma anche dei Democratici, il cosiddetto partito di opposizione, che potrebbe fermarlo, ma che spesso sceglie di non farlo, soprattutto quando si tratta di imperialismo”.

Uno schema evidenziato dalla nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato nel gennaio 2025: “Rubio – un falco neoconservatore che ha sostenuto praticamente tutte le guerre degli Stati Uniti dall’11 settembre in poi – poteva essere contrastato. Invece, i Democratici al Senato si sono uniti ai Repubblicani per confermarlo con 99 voti a favore e 0 contrari”.

Reynolds ricorda poi l’attacco ai siti nucleari iraniani del giugno scorso. Allora alcuni democratici sollevarono obiezioni, non per l’attacco in sé, “ma perché non aveva ottenuto prima l’approvazione del Congresso. Fu proposto l’impeachment, poi accantonato a stragrande maggioranza dopo che una maggioranza bipartisan – compresi 128 democratici – aveva votato contro”.

“All’inizio di gennaio 2026, il Senato ha autorizzato il dibattito su una risoluzione riguardante i poteri di guerra per limitare le attività militari di Trump in Venezuela: un gesto procedurale che ha fatto colpo sui giornali, ma che non ha contribuito a limitarlo. Quando è arrivato il momento del voto vincolante […] la risoluzione è stata bocciata”.

“Poi, il 22 gennaio, tutti i democratici presenti alla Camera hanno votato a favore di una risoluzione che avrebbe impedito al presidente Trump di condurre azioni militari in Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso – in gran parte irrilevante, dato che il colpo di Stato era stato ormai completato”.

“La risoluzione chiedeva anche che le forze statunitensi lasciassero il Paese – ancora una volta inutile, visto che non ce n’erano (un po’ come approvare una risoluzione per ritirare le truppe dalla Luna). Il voto è stato di 215 a 215 e, secondo il regolamento della Camera, un pareggio è considerato una sconfitta. Fu una vittoria per i democratici, a dimostrazione di una pseudo-resistenza”.

“Nel frattempo, poche ore prima che questa farsa avesse luogo, 149 democratici e 192 repubblicani della Camera approvavano 828,7 miliardi di dollari di spese militari, sulla base di un accordo stabilito mesi prima con il sostegno dei democratici del Senato, che avrebbe ulteriormente rafforzato l’imperialismo in tutto il mondo”.

“[…] Un finanziamento tanto abnorme non sorprende: è la linfa vitale di un progetto trasversale che ha caratterizzato l’imperialismo statunitense per decenni, di cui il Venezuela è semplicemente l’ultimo capitolo”.

“Eppure, se il Venezuela illustra come l’impero statunitense operi nei momenti di escalation, Israele si dimostra elemento permanente della politica estera statunitense. Entrambi i partiti gli giurano fedeltà incrollabile: nessuno raggiunge lo Studio Ovale senza essere completamente coinvolto in questo”.

“Sotto il primo mandato di Bush, quelli di Obama e con Trump, Israele ha ricevuto un flusso costante di armi e copertura diplomatica per molestare, arrestare e uccidere i palestinesi. Sotto Biden – e durante tutto il secondo mandato di Trump – questo sostegno non ha vacillato. Entrambe le amministrazioni hanno appoggiato Israele mentre prendeva di mira ospedali, scuole e panetterie, radendo al suolo Gaza e sterminando impunemente intere famiglie”.

“Biden ha rappresentato quello che potrebbe essere descritto come imperialismo ‘mascherato’: in pubblico definiva ‘esagerate’ le azioni di Israele a Gaza, mentre in privato continuava a finanziare il bagno di sangue, proteggendo Israele alle Nazioni Unite e definendo la Corte penale internazionale ‘oltraggiosa’ per aver perseguito” i leader israeliani. “Trump, invece, ha rinunciato a questa performance: finanzia apertamente le atrocità israeliane mentre si vanta di ‘radere al suolo’ Gaza per costruirvi casinò e resort e insabbiare i resti fumanti di un genocidio bipartisan”.

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