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Sono giorni frenetici per l’Iran, alle prese con diverse beghe diplomatiche e costretto a trovare nuove sponde per non restare isolato nel braccio di ferro contro gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, da giorni si muove freneticamente da un paese all’altro, incontra capi di Stato, stringe mani, raccoglie proposte. Zarif, tra lo stupore generale, ha pure fatto tappa al G7 di Biarritz raccogliendo l’invito del padrone di casa, Emmanuel Macron. La trasferta transalpina sembrava potesse fruttare un clamoroso riavvicinamento tra Washington e Teheran, ma a poche ore dalla timida apertura di Donald Trump al governo iraniano (“Sono pronto a incontrare Rohani se le condizioni lo permetteranno”) è arrivato il nein di Zarif (“Impensabile un incontro adesso”). L’Iran deve risolvere numerosi problemi che affollano la sua agenda: dalle questioni relative lo Stretto di Hormutz all’accordo nucleare con Washington, dalle sanzioni americane alla costruzione di vie commerciali alternative. Tutte hanno un minimo comune denominatore: gli Stati Uniti.

Zarif vola in Giappone

Zarif non ha perso tempo e dopo il G7 di Biarritz è volato in Asia per un viaggio ufficiale in Giappone, al quale ne succederà uno in Malesia. Il ministro degli Esteri iraniano ha incontrato l’omologo nipponico, Taro Kono, in quel di Yokohama, mentre domani è previsto un meeting con il primo ministro Abe Shinzo. Sul tavolo dei diplomatici giapponesi c’è un nutrito dossier riguardante la tensione che da mesi attanaglia il Golfo Persico. Zarif incontrerà anche un ospite a sorpresa: secondo quanto riferiscono i media iraniani, anche il ministro degli Esteri del governo di concordia nazionale di Tripoli, Mohamed Taher Syala, vedrà il capo della diplomazia di Teheran per un bilaterale dedicato ai recenti sviluppi in Libia.

L’interesse del Giappone verso l’Iran

Il Giappone è uno dei paesi che più è interessato alle vicende dello Stretto di Hormutz, dal momento che l’80% delle importazioni di petrolio ordinate da Tokyo transita proprio da quest’area turbolenta. Le parti si chiariranno anche sull’eventuale partecipazione del Giappone alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormutz. Lo scorso luglio anche il Consigliere di Stato Usa John Bolton fece tappa in Giappone per parlare con Tokyo della crisi in corso tra la Casa Bianca e l’Iran; nell’occasione, l’ospite ne approfittò per chiedere ad Abe di far partecipare il Giappone alla coalizione a trazione americana per mettere in sicurezza il Golfo Perisco.

Tokyo è in difficoltà

Il governo giapponese è stretto in una morsa. Secondo alcune fonti diplomatiche citate dalla stampa nipponica, Tokyo non avrebbe alcuna intenzione di inviare le proprie Forze armate a pattugliare lo Stretto di Hormutz. Eppure, il capo dello stato maggiore congiunto delle Forze di autodifesa del Giappone, Koji Yamazaki, ha confermato che il Giappone sta comunicando con gli Stati Uniti in merito alla sua adesione alla coalizione proposta da Trump. Yamazaki ha definito l’area nei pressi dello Stretto di Hormutz “una regione di vitale importanza per la sicurezza energetica del nostro paese”. Il Giappone è alla finestra, in attesa di capire cosa fare ma soprattutto con chi schierarsi. Prendere parte alla coalizione potrebbe danneggiare la relazione commerciale che lega Tokyo a Teheran, e in quel caso tanti saluti a un’ingente quantità di rifornimenti energetici. Il Giappone dovrebbe però fare i conti anche con un altro problema. Accontentare Washington comporterebbe l’impiego delle Forze di autodifesa giapponesi in operazioni al di fuori dei confini nazionali, e ciò andrebbe contro alcuni principi legali e costituzionali cui deve far fronte il governo nipponico.

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