L’Iran sta vivendo da diverse settimana una serie di proteste estremamente articolate nella loro genesi e complesse nel proprio sviluppo e che raccontano di un Paese che si trova di fronte a una grande prova istituzionale e sistemica: la Repubblica Islamica reggerà? Che voce in capitolo hanno le varie anime della frastagliata opposizione iraniana? InsideOver ne discute con Tara Riva, analista specializzata in relazioni internazionali e geopolitica, con un focus sul Medio Oriente e sull’Iran.
Dopo un Master in Global Security Studies a Sheffield, Riva ha lavorato presso istituzioni come le Nazioni Unite e il Parlamento Europeo. Attualmente lavora come freelance in Svizzera. In questa prima parte del suo colloquio con InsideOver, approfondiamo le dinamiche della protesta iraniana a partire dalla sua genesi. Una seconda parte sarà più specificamente dedicata all’analisi delle opposizioni iraniane e delle loro varie dinamiche interne.
Che scenari stanno delineando le proteste per il futuro del regime iraniano?
Le proteste recenti in Iran si inseriscono in un percorso lungo e complesso di lotta per l’autodeterminazione, segnato da cicli ricorrenti di mobilitazione di massa e resistenza civile. Oggi, per una parte sempre più ampia della popolazione iraniana, il progetto politico della Repubblica Islamica — o meglio, la sua “fase rivoluzionaria” — è ormai esaurito. Negli ultimi due anni, con l’indebolimento significativo dell’architettura di deterrenza del regime (il cosiddetto “asse della resistenza”) seguito dall’aggressione militare israeliana dello scorso giugno hanno colpito uno dei pilastri simbolici e strategici del sistema: la pretesa capacità di prevenire nuove invasioni, dopo il trauma della guerra con l’Iraq, e di difendere il territorio nazionale da minacce esterne. A questo si sommano problemi strutturali irrisolti: una crisi economica profonda, sfide ambientali, sociali e culturali e l’enorme impatto delle sanzioni internazionali che hanno, assieme alle riforme di aggressiva liberalizzazione economica negli ultimi decenni, accentuato le disuguaglianze economiche del Paese. In questo contesto, un sistema politico autoritario, incapace di offrire risposte credibili, viene percepito da una larga parte della popolazione iraniana come privo di futuro e di legittimità.
A suo avviso, gli apparati iraniani percepiscono tutto ciò?
Anche all’interno del sistema questa realtà è ormai evidente. Per semplice istinto di sopravvivenza politica, molti attori del regime sanno di trovarsi sotto una pressione crescente, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Già prima dell’aggressione militare israeliana, in settori della stessa classe politica iraniana si erano moltiplicate discussioni (dietro le quinte) e segnali che indicavano la necessità di un cambio di rotta. La leadership iraniana ha inoltre dovuto confrontarsi con la forza e la persistenza della mobilitazione durante il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Le rivendicazioni delle donne sono diventate il cuore simbolico e politico della legittima istanza di una larga parte del Paese di trasformazione del Paese. Dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, la pressione per un rinnovamento profondo ai vertici del potere è ulteriormente aumentata.
E ormai è evidente una crisi di legittimità….
Le proteste degli ultimi giorni pongono il regime di fronte a un bivio ancora più netto: fino a che punto credono di poter contenere questa rabbia sociale? Fino a che punto il pugno di ferro, la repressione e i massacri potranno reggere in piedi un sistema che ha perso legittimità per buona parte della popolazione?
Secondo gli ultimi aggiornamenti di HRANA (pubblicati il 16 gennaio 2026), il numero di morti confermati ha raggiunto almeno 3.090 (2.885 erano manifestanti, 165 appartenevano alle forze governative o di sicurezza e 21 erano civili non coinvolti nelle proteste), mentre il numero dei detenuti è di 22.123. In diversi casi, le mobilitazioni hanno assunto tratti più violenti rispetto al passato. Anche solo per una logica di autoconservazione, dunque, diventa sempre più difficile per il regime ignorare il livello di esasperazione e di rabbia che attraversa la società iraniana.
Al netto della “nebbia” che circonda il Paese dopo giorni dove la rete Internet è stata bloccata,si puo capire che anime convivono nelle proteste?
La Repubblica Islamica oggi è molto impopolare in un’ampia fetta della società iraniana. Esiste certamente una fascia della popolazione che – per allineamento ideologico o per convenienza – sostiene grossomodo il sistema vigente (spesso stimata attorno al 20%), anche qualora vi fossero alternative pragmatiche e praticabili. Ma per una parte più ampia della popolazione, il sistema vigente non è più sostenibile. Il fattore scatenante delle recenti proteste è stato il crollo del Rial a fine dicembre, che ha mobilitato inizialmente i commercianti, per poi coinvolgere rapidamente altri segmenti della società. A manifestare non sono soltanto i “laici”, come talvolta viene semplificato nel dibattito europeo, né prevalentemente i giovani. Le mobilitazioni si sono estese a tutte le province, raggiungendo oltre 180 città, e hanno attraversato linee etniche, sociali e generazionali. Ciò che accomuna chi protesta è un diffuso sentimento di rabbia e frustrazione per l’incapacità della Repubblica Islamica di affrontare in modo efficace le crisi interne ed esterne, per l’assenza di una strategia credibile volta a ridurre l’isolamento internazionale e per la gestione fallimentare dell’impatto delle sanzioni, esacerbata da riforme economiche inadeguate. A questo si aggiungono disuguaglianze socio-economiche sempre più profonde, un sistema politico autoritario, crisi ambientali, sociali e culturali, un livello elevato di corruzione, gravi violazioni dei diritti umani e una crescente perdita di fiducia nel futuro.
Cosa esprimono le proteste della voce del Paese?
Una parte significativa della popolazione (persino molti segmenti che in passato lo supportavano) ha ormai reciso qualsiasi legame simbolico con la cosiddetta “fase rivoluzionaria” della Repubblica Islamica. Chiede libertà, la fine dell’isolamento internazionale, il rispetto dei diritti fondamentali e, soprattutto, una governance più competente e responsabile, capace di affrontare in modo concreto le molteplici sfide che il Paese si trova ad affrontare. Per alcuni, la Repubblica Islamica deve cessare di esistere, crollare. Altri propongono un referendum per permettere alla popolazione di scegliere, sperando che questo porti ad una transizione verso una repubblica laica e democratica. Altri ancora, spesso pragmatismo, vogliono una “nuova direzione”, esigendo una trasformazione radicale del sistema attraverso profondi cambiamenti strutturali nei ranghi della Repubblica Islamica, anziché delle riforme “contenute” che non portano ai profondi cambiamenti auspicati.
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