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Politica

L’ira di Trump sugli intrighi Waltz-Netanyahu per arrivare a una guerra contro l’Iran

Waltz-Netanyahu, i missili Houthi e la tentazione perenne della guerra all'Iran rilanciano il dibattito tra Stati Uniti e Israele.

Mike Waltz? Ha lasciato la Casa Bianca non tanto per il famigerato “Signalgate” quanto piuttosto per aver provato a giocare di sponda con Benjamin Netanyahu per un’offensiva congiunta Usa-Israele contro l’Iran. Il tutto da programmare, ovviamente, sopra la testa del presidente Donald Trump.

Questa clamorosa indiscrezione è stata ricostruita da un dettagliato rapporto del Washington Post che ha parlato del clima problematico creatosi tra Trump e il suo ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, spostato nella giornata dell’1 maggio al ruolo di Ambasciatore delle Nazioni Unite. Un perfetto esempio di promuoveatur ut amoveatur: l’ex deputato repubblicano della Florida, classico esempio di “falco” interventista, formalmente è promosso da consigliere della Casa Bianca a un ruolo diplomatico equiparato a una posizione ministeriale come la rappresentanza Usa all’Onu ma di fatto viene svuotato di qualsiasi potere e influenza sugli affari strategici.

L’ira di Trump per le trame Waltz-Netanyahu

Il WP segnala che la rabbia di Trump verso Waltz era montata da ben prima che esplodesse il famoso “Signalgate”, la diffusione in una chat creata dal consigliere includente il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg dei piani per gli attacchi contro gli Houthi in Yemen. E che quest’ultimo caso sia stato solo il pretesto formale per procedere all’avvicendamento.

“Waltz ha irritato il presidente degli Stati Uniti per aver promosso un intenso coordinamento con Netanyahu su possibili opzioni militari per colpire l’Iran, prima dell’incontro del premier con Trump alla Casa Bianca a febbraio”, nota il Times of Israel, ed è possibile che anche durante l’incontro con il principale consigliere geopolitico di Netanyahu, il ministro per gli Affari strategici Ron Dermer, avvenuto a marzo, Waltz possa aver messo in campo discussioni di questo tenore.

Waltz, in piedi a destra, assiste alle dichiarazioni di Trump prima del bilaterale con Netanyahu alla Casa Bianca, 5 febbraio 2025.

Trump, che come hanno dimostrato i fatti ha preferito una discussione diretta con l’Iran, si sarebbe sentito profondamente spiazzato da questo disinvolto atteggiamento del suo consigliere e sarebbe stato tenuto al corrente dei giri di valzer Waltz-Netanyahu dalla fedelissima Susie Wiles, la cui nomina a Capo di Gabinetto della Casa Bianca ha marcato un distacco profondo di The Donald dal tradizionale affidamento ai repubblicani vecchio stampo che ha contraddistinto la sua prima amministrazione.

Da tempo è emersa una concezione strategica chiara: Netanyahu spinge per l’azione militare diretta contro l’Iran e il suo programma nucleare; Israele ha aperto la strada da mesi alla possibilità costruendo a colpi di bombardamenti aerei e missilistici un corridoio che consentirebbe agli F-16 e agli F-35 di sorvolare gli spazi aerei di Siria e Iraq senza incontrare asset contraerei solidi a ostacolarli; da gennaio il Governo nazionalista israeliano cerca l’appoggio della Casa Bianca. Che però non è mai arrivato.

Chi negli Usa frena Netanyahu sulla guerra all’Iran

Rema contro Netanyahu un’ampia serie di fattori: la contrarietà di buona parte del movimento Maga che sostiene Trump alle avventure militari all’estero; la ricerca da parte di The Donald del grande accordo con la Federazione Russa che mal si concilierebbe con la decisione di colpire un partner di Mosca; l’aperta ostilità di alti papaveri del trumpismo, come il vicepresidente J.D. Vance, all’ipotesi di seguire Tel Aviv nella guerra all’Iran; una serie di rilevazioni d’intelligence che già nel 2024 avevano profondamente ridimensionato la potenziale minaccia della Repubblica Islamica in ambito militare.

Inoltre, una guerra con l’Iran non sarebbe uno scherzo. Washington sta preferendo l’opzione di esercitare pressione militare indiretta su Teheran tramite i pesanti bombardamenti sugli Houthi yemeniti ,volti a riaprire definitivamente il traffico navale nel Mar Rosso alle navi cargo dirette dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e viceversa.

Finora, l’operazione sta incontrando la decisa resistenza dei miliziani sciiti, che con le armi antiaeree fornite dall’Iran hanno abbattuto diversi droni Usa e sono riusciti a far perdere un caccia F-18 alla portaerei “Harry S. Truman” durante una manovra volta a evitare un missile lanciato dallo Yemen. L’Iran non sarebbe un nemico facile da sconfiggere, e Trump lo sa. Per quest’ampia serie di ragioni la Casa Bianca ha scelto la strada dei colloqui mediati dall’Oman con Teheran, e nella fase di pausa dopo l’accelerazione iniziale dei negoziati è arrivato il foglio di via per Waltz, ritenuto un ostacolo al processo.

Missili Houthi su Israele, Gantz: “È stato l’Iran”

A tal proposito, è interessante sottolineare come sul fronte della sfida all’Iran gli Usa si trovino a confrontarsi con una politica israeliana compatta nell’accarezzare l’idea della soluzione militare. E che Netanyahu sia a sua volta pressato sul fronte interno da opposizioni che spesso si sono mostrate più moderate e prudenti. Ogni casus belli va valutato con attenzione. Di oggi, ad esempio, la notizia del lancio di un missile proveniente dallo Yemen che ha colpito l’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv.

Per Benny Gantz, tra i massimi leader dell’opposizione al Governo del Likud e leader della coalizione centrista Unità Nazionale, “questo attacco non è proveniente dallo Yemen, ma dall’Iran. È l’Iran”, ha scritto l’ex ministro della Difesa su X, “che sta lanciando missili balistici contro lo Stato di Israele, e deve assumersene la responsabilità”. Gantz ha sfidato Netanyahu sottolineando che “il Governo israeliano deve svegliarsi”, sostenendo che l’attacco contro Israele “deve portare a una risposta severa a Teheran”.

Un’ulteriore spinta alla pulsione bellicista di Netanyahu che negli Usa dovrà esser tenuta in conto. Anche per questo oggi l’allontanamento di Waltz è stata vista una condizione fondamentale per il prosieguo dei colloqui con Teheran: spostarlo dalla Casa Bianca toglie appigli a Israele per spingere Washington all’azione militare. In quest’ottica, la mossa di Trump è stata quantomeno preventiva.

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