La macchina elettorale americana entra davvero in una fase rovente. Tra il pasticcio democratico in Iowa, i gesti al vetriolo tra Donald Trump e Nancy Pelosi, il percorso dell’impeachment si tinge di una nuova sfumatura: Mitt Romney, l’energico senatore mormone dello Utah, si sgancia dalle fila dei Repubblicani e disgiunge il proprio voto: come i democratici, ha votato l’impeachment del presidente per abuso di potere, assolvendolo solo per il secondo capo d’accusa, ovvero ostruzione al Congresso. C’era da aspettarselo? Probabilmente si. Ma se il gesto di Romney non inficia l’assoluzione di Trump, ha scatenato l’ imbarazzo e il political shaming del GOP.

Le reazioni della dinastia Trump

La notizia ha rapidamente infastidito il mondo della politica conservatrice. Ad invocare immediatamente i forconi, il giovane Trump Jr, figlio del presidente e aitante repubblicano, che da twitter etichetta Romney “un membro della resistenza” da espellere immediatamente dal partito. “Era troppo debole per battere i democratici, quindi ora si unisce a loro” tuona l’erede di Trump, riferendosi alla campagna elettorale del 2012 persa contro Barak Obama. Trump si è affidato ad un tweet  giovedì, contro il parere del senatore John Cornyn, il quale ha suggerito al presidente di concentrarsi esclusivamente sul fatto che è stato assolto. “Se il candidato presidenziale fallito Mitt Romney avesse dedicato la stessa energia e rabbia alla sconfitta contro avrebbe potuto vincere le elezioni”. E poi ancora, alla bipartisan National Prayer Breakfast una nuova stilettata al suo nuovo nemico: “Non mi piacciono le persone che usano la loro fede come giustificazione per fare ciò che sanno essere sbagliato”, ha tuonato.

Il “maverick” dei Repubblicani?

Infinita la serie di insulti e sentenze lapidarie dagli omologhi di partito: “dimettiti”, “Giuda”, “traditore”, “Romney sta con i democratici” quelli più cortesi. Ma è la CNN che a poche ore dal gesto plateale del senatore repubblicano, bolla Romney come il “maverick” della politica americana. Romney, che sempre è stato pubblicamente critico nei confronti di Trump dalle elezioni del 2016 e solo un alleato nominale della Casa Bianca, aveva sempre agito più come un camaleonte politico che come un vero franco tiratore. La sua transizione da moderato del Massachusetts a un uomo d’affari conservatore fino a statista anziano lo ha mantenuto a galla come figura politica, magari anche di opportunista autentico, fino ad ora. A scatenare il pubblico ludibrio repubblicano contro Romeney sua nipote Ronna McDaniel, chairwoman del Republican National Committee, che ha preso le distanze da suo zio, come ha già fatto in passato quando Romney ha criticato Trump. “Questa non è la prima volta che non sono d’accordo con Mitt, e immagino che non sarà l’ultimo”, ha twittato McDaniel. “La linea di fondo è che il presidente Trump non ha fatto nulla di male, e il Partito repubblicano è più unito che mai alle sue spalle. Io, insieme al GOP,  sto con il presidente Trump”.

Contro Romney si scagliano anche i Repubblicani dello Utah che, presi dall’euforia per la salvezza di Trump quasi ignorano il gesto del concittadino. A stroncare l’atteggiamento di Romney anche il vicepresidente Mike Pence che ha definito la decisione una “delusione” durante un’intervista alla radio al “The Lars Larson Show”, tuttavia senza esiti. Mike Lee, l’altro senatore repubblicano dello Utah, addirittura sceglie di non citare il collega nel suo tweet di mercoledì sera, lanciando solo una velatissima frecciatina con un serafico “Coloro che hanno votato per rimuoverti hanno sbagliato. Molto sbagliato”. Votando la condanna di Trump per aver abusato dei poteri presidenziali, il senatore dello Utah è diventato l’unico repubblicano ad attraversare le linee di partito nel processo di impeachment del Senato: ma anche se il suo atteggiamento critico verso Trump è stato sempre noto nel suo stato di adozione, il suo discorso inequivocabile prima di votare sì sull’impeachment ha colto di sorpresa molti nello Utah: è soprattutto con questi Repubblicani che Romney dovrà vedersela presto o tardi. I Repubblicani del Beehive State sono stati sempre molto divisi sull’appoggio al Presidente: molti elettori dello Utah, infatti, condividono la diffidenza nei confronti di Trump. Un sondaggio della Associated Press a livello nazionale degli elettori di medio termine nel 2018 ha rilevato che il 64% degli elettori dello Utah avrebbe addirittura voluto assistere ad una corsa a  due Trump/Romney interna al partito. Anche i media americani si schierano: uno dei commentatori più famosi e importanti di Fox News, Lou Dobbs, ha apertamente dichiarato che Mitt Romney è destinato a passare alla storia insieme a “Giuda, Bruto e Benedict Arnold”, il generale dell’esercito continentale che tradendo la causa indipendentista passò a combattere per gli inglesi.

Espulso dal partito?

Sono in molti, all’interno dei Repubblicani a chiedere la testa di Romney. C’è da chiedersi, dunque, se le regole della politica americana prevedano in casi simili l’espulsione dal partito nazionale o statale. Il sistema politico statunitense, sebbene sia gestito da due grandi partiti, lascia a questi ultimi un controllo molto limitato sulle posizioni sposate e sui voti espressi dai loro membri. Il Comitato Nazionale Repubblicano non ha nulla nelle sue regole sull’espulsione di un singolo membro dal partito. In effetti, mentre è attivo come braccio “armato” del GOP e fornisce indicazioni a partiti statali e singoli membri sulla direzione generale del partito, l’Rnc, in genere, ha il pieno controllo della Convenzione del partito nazionale che ospita ogni quattro anni. La maggior parte delle sue regole ha a che fare con il riempimento di vari uffici di partito, la selezione dei delegati per la convenzione nazionale e la procedura con cui la convenzione si svolge. Nulla prevede di specifico circa il “reato di opinione”. L’unica regola che prevede a tal proposito implica semplicemente che un candidato alla nomina di un altro partito non può essere riconosciuto come candidato GOP. Una norma nei regolamenti statali del GOP nello Utah prevede, invece, che i candidati alla carica di repubblicano debbano firmare un accordo a sostegno della piattaforma del partito di stato con un elenco di tutte le posizioni con cui non sono d’accordo. I candidati che non firmano l’accordo perderanno automaticamente l’adesione al loro Partito due giorni dopo la scadenza del periodo di presentazione del candidato designato dallo Stato. Nulla però è previsto in caso di impeachment del presidente.