Marco Tarquinio e la parola “pace” spaccano il Partito Democratico. Le posizioni dell’ex direttore di Avvenire sulla guerra in Ucraina, per la cui soluzione pacifica il giornalista umbro classe 1958 si è più volte speso, hanno agitato il Nazareno dopo che è circolata la voce che Tarquinio potesse essere candidato alle Europee col Pd su volontà della segretaria Elly Schlein. Di cui, a ben guardare, rappresenta il complemento. Schlein è di sinistra radicale, nettamente progressista, aperta su ogni tema civile. Tarquinio un cattolico democratico, conservatore su diritti Lgbt e temi etici, apertamente vicino alla dottrina sociale della Chiesa e alla visione economica di Papa Francesco su temi economici e sociali. Ad accomunarli, la pulsione per la pace. Parola che sembra divenuta, per molte aree del Pd, tabù.
“La disciplina di partito non può annullare la libertà di coscienza”, diceva a gennaio Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, già sindaco di Lodi e Ministro della Difesa, quando in Veneto una defezione in casa Pd della consigliera Anna Maria Bigon fece saltare il passaggio del disegno di legge sul fine vita di fronte al centrodestra spaccato. Guerini, esponente di punta dell’area cattolica, esprimeva il disagio dei progressisti più orientati in campo cristiano di fronte all’accelerazione di Schlein sui temi civili. Risulta curioso che Guerini, da tempo tra i più strenui sostenitori dell’appoggio all’Ucraina da ministro con Mario Draghi e da capo dell’autorità di vigilanza sui servizi segreti poi, oggi in riferimento all’ipotesi-Tarquinio dica al Corriere della Sera: “La nostra linea sull’Ucraina è stata ed è chiara. Vogliamo forse aprire su un punto su cui siamo uniti in campagna elettorale?”
E ancora, Lia Quartapelle. L’onorevole milanese ha attaccato a tutto campo l’ipotesi della candidatura con un lungo post sui suoi social dichiarando di rispettare Tarquinio ma di ritenere problematico pensare alla presenza di Tarquinio nelle liste dem: “Condivide il programma di lavoro che ci siamo dati per i prossimi anni?”, si chiede retoricamente Quartapelle, addebitando a Tarquinio una “linea contraria all’autodifesa dell’Ucraina”.
V’è da dire che l’accusa a Tarquinio di un pacifismo “sottomesso” è quantomeno ingenerosa. E prosegue da due anni. Federico Rampini del Corriere della Sera due anni fa lo apostrofò come “uno dei tanti che lavorano per Putin” durante un confronto televisivo in cui il direttore di Avvenire indicava come non necessariamente fonte di sicurezza l’aumento delle spese militari perché “spendere meglio non significa necessariamente spendere di più” (e il budget della Difesa italiano è divorato soprattutto da stipendi e retribuzioni…). Il Foglio, al contempo, ha più volte punto sul vivo il pacifismo di “Marco d’Assisi“, arrivando a dire che “per Tarquinio non c’è differenza tra l’autocrazia imperialistica di Putin e le scassate ma libere democrazie” in virtù del convinto antimilitarismo del giornalista umbro.
La realtà racconta fatti diversi: quella di Tarquinio è una voce come altre in un dibattito democratico che deve essere pluralista e inclusivo. Stupisce come, in due anni di guerra in Ucraina, questo principio – che poi è quello che ci distingue delle autocrazie come la Russia di Putin – spesso sia traballato di fronte alle prospettive di emersione di voci dissonanti contro una linea politica e, soprattutto, mediatico in cui il legittimo e doveroso sostegno all’Ucraina si è mischiato a retoriche, wishful thinking e previsioni di vario tipo. Dall’idea della vittoria militare come sola soluzione possibile favorevole all’Ucraina per il conflitto a quella che alla dinamica geopolitica dominante metteva davanti un nuovo scontro di civiltà nel narrare il conflitto in Ucraina, molte di queste opinioni sono state egemonizzate in particolar modo dal mondo dei centristi, liberaldemocratici, apertamente occidentalisti oggi dominanti nel commento pubblico: televisioni, stampa e, caso più emblematico, piazze social come X sono un proliferare di questi commenti. A cui una fetta importante del Pd, partito che rappresenta una fetta importante dell’establishment italiano anche ora che è all’opposizione, non è mai stato sordo.
L’elezione di Schlein alla segreteria ha, in un certo senso, scompigliato le carte a questa narrazione. E ora con candidature come quella di Tarquinio il Pd avrebbe, sostanzialmente, la possibilità di riscoprire il pluralismo interno che è alla base della sua tenuta, al mutare dei cicli politici, come forza stabile nel panorama nazionale. Il Pd è rimasto l’unica formazione capace di mantenere una forma-partito vera sul territorio nazionale, a poter mobilitare centinaia di migliaia di persone a ogni elezione primaria e a difendere una zolla elettorale non secondaria anche in fasi complicate proprio perché la commistione, e in certi casi la competizione, tra le anime interne alza la posta in palio. La candidatura di Tarquinio nel Pd sarebbe, in un certo senso, di tregua per casi come quello del Veneto e avrebbe la sua ratio politica nella ricerca di una postura “inclusiva” da parte di Schlein.
Nel Pd convive, del resto, l’eredità della componente di sinistra della Democrazia Cristiana con quella del vecchio Partito Comunista Italiano. Tra molte componenti ideologiche interne, è indubbio sottolineare come il pacifismo rappresenti una voce tutt’altro che distonica con tali eredità. In campo della sinistra Dc si può citare un duo di figure come Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, per i quali la ricerca della Pace non era frutto di puro irenismo ma obiettivo politico volto a rompere le gabbie della competizione globale e rafforzare la sicurezza dell’Italia, dell’Europa e del mondo consolidando la Res publica christianorum, l’ecumene cristiano. In campo comunista molti ricordano le marce di Pio La Torre, alto esponente del Pci siciliano a inizio Anni Ottanta poi ucciso da Cosa Nostra, contro gli euromissili di Comiso.
Un partito con ambizioni nazionali, che vuole essere tra i perni della seconda famiglia europea e mira a costruire la strada per il ritorno al governo deve, del resto, ascoltare la sua base prima ancora che le sirene del circo mediatico e le sue lusinghe. Bene ha compreso la partita l’ex parlamentare Pier Luigi Castagnetti: “Io che non ho avuto e non ho dubbi a sostenere l’Ucraina nell’aggressione di Putin, penso che la presenza in lista di un pacifista rappresenti il legittimo pluralismo presente nell’elettorato Pd”, ha scritto Castagnetti sul suo profilo X. “Pace” non è una parola tabù. Renderla tale amplifica le coltri di nebbia che si spandono sul domani. Specie se certi riflessi condizionati scattano su un fatto politico secondario come la candidatura di un indipendente nelle liste di un grande partito italiano. Inscenando una dialettica, purtroppo, già nota legata al timore di certe opinioni che appaiono scomode e non allineate.

