Per la prima volta nella storia dell’Arabia Saudita, alle donne è permesso andare allo stadio. “Miracoli” di bin Salman, il principe tuttofare di Casa Saud che, tra le tante riforme per modernizzare il regno saudita, aveva anche promesso l’accesso delle donne agli stadi per assistere agli eventi sportivi. Sono tre, fino ad ora, gli stadi in cui è ammessa la presenza femminile: il re Fahd a Riad, il re Abdullah a Gedda e lo stadio Mohammad bin Fahd a Dammam. Ieri sera il primo match con donne tifose, a Gedda, tra al-Ahli e al-Batin. Oggi invece è il turno della partita a Riad fra al-Hilal e al-Ittihad, mentre la prossima settimana sarà la volta della partita tra al-Ittifaq e al-Faisali nella città di Dammam. Cade un tabù dunque nell’Arabia di bin Salman. E cade contemporaneamente a quello della guida, con il primo salone d’automobili per sole donne a Gedda, stessa città dove ieri le donne per la prima volta hanno potuto vedere dal vivo una partita di calcio. Una riforma, l’ennesima, voluta dal principe ereditario saudita e che sembra effettivamente voler dare un’immagine diversa della monarchia di Riad agli occhi del mondo. La sua Arabia Saudita vuole apparire diversa, vuole cambiare, rendersi appetibile agli occhi del mondo e togliere quel senso di oppressione e di islam radicale che ne pervade tutti i gangli della politica, della cultura e della burocrazia. E, in effetti, sembra riuscirci, almeno a leggere i resoconti dei media occidentali, tutti estremamente colpiti dalla bontà di queste riforme che vedono un giovane principe rompere gli indugi del conservatorismo e mettere finalmente mano ai diritti civili e al progresso.
Ma la domanda che sorge spontanea, o che dovrebbe sorgere spontanea, è: perché avviene tutto ciò? Mohamed bin Salman vuole veramente rivoluzionare l’Arabia Saudita o c’è dell’altro? A prescindere dalle idee o meno sulla modernizzazione del Paese, la questione va letta in un’ottica diversa, e cioè che Riad ha compreso perfettamente che nel mondo di oggi dove l’informazione è dilagante, e dove l’immagine conta più della sostanza, i concetti di “essere” e di “apparire” risultano facilmente sovrapponibili. E il principe Saud, più che un illuminato erede al trono, è molto più pragmaticamente un giocatore astuto che ha dalla sua parte alleati potenti, soprattutto a Washington. La questione non è neanche così complessa come appare. L’amministrazione Trump, seguendo la logica delle altre amministrazioni americane, ha individuato nella corte saudita l’unico vero alleato in Medio Oriente insieme a Israele. Due Paesi completamente diversi, questi ultimi, ma accomunati dal fatto di appartenere a un triangolo che vede come obiettivo comune il contenimento dell’Iran nella regione e degli altri Stati non allineati alla geopolitica Usa. Ma è evidente che un Paese come gli Stati Uniti così come Israele, non possono legittimare pubblicamente un regno impresentabile, sotto il profilo del diritto internazionale e dei diritti civili, soprattutto se utilizzano questo terreno minato per delegittimare l’operato dei loro avversari (come avvenuto in Iran durante le proteste o con la Cina e la Russia). Insomma, se Riad voleva rimanere ancorata a Washington, doveva evidentemente dimostrare qualcosa, almeno per rendersi più presentabile. E bin Salman sta svolgendo il compito con astuzia e accuratezza, aprendo ai diritti delle donne, al cinema, alla musica fino a realizzare l’apertura del King Salman Complex, un centro per lo studio e la valutazione degli hadith del Profeta Muhammad diretto da Sheikh Mohammad bin Hassan al Sheikh, il quale ha detto che esso “purificherà l’islam dalle invenzioni, ripulirà gli hadith dalle bugie e presenterà l’islam sotto una luce migliore”.
Ma dietro queste riforme di facciata, che mostrano un’immagine del regno saudita pronta alla modernità, si nascondono altre questioni. Innanzitutto, sono riforme che permettono pochi e determinati comportamenti, ma non eliminano né sradicano l’oscurantismo che pervade la società. Resta una rigida segregazione sessuale, le donne hanno bisogno di un tutor maschio che le assista in tutto, il sistema penale è legato a schemi del tutto avulsi dalla civiltà occidentale. E, oltre a ciò, non va dimenticato che il wahabismo saudita resta fucina di pensieri violenti e di predicatori che coltivano l’odio religioso e lo jihadismo nel mondo. Il terrorismo islamico trae origini, molto spesso, dalle stesse radici culturali da cui attinge il sistema politico saudita. Ma questo non sembra interessare un mondo che vende armi per miliardi di dollari e compra petrolio, né a chi si allea con Riad per il grande gioco mediorientale.