La Francia non metterà al bando Huawei dalla corsa al 5G. Almeno per il momento, Parigi non intende seguire la strada intrapresa da Londra, dove Boris Johnson ha innalzato un muro invalicabile per resistere all’abbraccio dei cinesi. La giravolta effettuata da Bojo ha sancito definitivamente, e forse in modo irrimediabile, la fine dell’età dell’oro delle relazioni tra Regno Unito e Cina.

Nessuno, nel quartier generale Huawei di Shenzen si aspettava una simile presa di posizione di Johnson, che ha dovuto cedere – non sappiamo quanto volontariamente – alle richieste provenienti dall’ingombrante alleato americano. Alla fine, nel Regno Unito, per l’azienda cinese è scattato il semaforo rosso. All’ombra della Tour Eiffel, invece, lampeggia ancora un verde luminoso.

In attesa di capire quale sarà la posizione dell’Unione europea riguardo al ruolo che Huawei giocherà nelle reti di nuova generazione, ogni Paese sta agendo ascoltando i propri interessi. A parole, tutti i leader democratici del mondo criticano la “stretta autoritaria” della Cina su Hong Kong, accusano la Cina di violazioni dei diritti umani commesse ai danni degli uiguri nello Xinjiang, oppure ricordano anche solo velatamente delle ipotetiche bugie raccontate da Xi Jinping per mascherare l’origine del “virus cinese”. Però, poi, quegli stessi leader sono i primi a fare affari con il gigante asiatico, i primi che fremono per avere un posto d’onore nell’immenso mercato cinese e i primi che scalpitano per ottenere vantaggi commerciali.

Cina-Francia: l’approccio di Macron

Emmanuel Macron è l’emblema del leader democratico appena descritto. Un anno fa, nel marzo 2019, il governo francese accoglieva in pompa magna Xi Jinping per una visita di Stato del presidente cinese in terra francese. Durante quell’incontro, avvenuto poco dopo il blitz di Xi in Italia, Macron riuscì a strappare all’illustre ospite un maxi ordine composto da 290 Airbus 320 e dieci A350. In aggiunta ad altri 14 contratti firmati tra i due Paesi in vari settori: dal nucleare al navale, dalla ricerca spaziale all’aeronautico. Il capo dell’Eliseo si affrettò a esprimere, quasi sottovoce, “preoccupazione” per “i diritti umani e le libertà individuali in Cina”. Così come in piena emergenza Covid, nell’aprile 2020, Macron ha sollevato dubbi su cosa sia effettivamente successo a Wuhan. “La Cina nasconde troppe cose che noi non sappiamo. Ci sono cose accadute che non conosciamo”, spiegò il presidente francese al Financial Times.

Dati questi esempi, l’approccio di Macron con i cinesi sembra in ogni caso essere chiaro. Il leader francese considera Pechino un interlocutore commerciale imprescindibile ma, al tempo stesso, teme la possibile reazione degli storici partner atlantisti (dagli Stati Uniti ai Paesi membri dell’Ue). Che, prima o poi, potrebbero irritarsi con la Francia per il doppio gioco prolungato di Parigi.

Gli interessi di Parigi

Abbiamo parlato del 5G. La Francia è stata la prima potenza a muoversi sull’impervio terreno delle reti di ultima generazione, assumendo, tra l’altro, una posizione alquanto ambigua. Bruno Le Maire, potente ministro dell’Economia francese, è stato chiaro: Parigi non impedirà al gruppo cinese Huawei di investire nel paese nello sviluppo della rete 5G.

Ai microfoni di France Info, Le Maire ha tuttavia assicurato che saranno protetti gli interessi “strategici” e di “sicurezza nazionale” del Paese. Sul tavolo, è innegabile, c’è una chiara apertura a Huawei. Attenzione però, perché Macron non ha intenzione di ritrovarsi con un cappio attorno al collo. È per questo che, ha sottolineato Milano Finanza, l’agenzia governativa transalpina per la cybersecurity ha invitato “gli operatori che non usano Huawei a non adottarne le soluzioni”. Chi le usa potrà invece contare su autorizzazioni temporanee di durata compresa tra i tre e gli otto anni.

In altre parole, all’Eliseo non c’è spazio per le questioni ideologiche. Parigi ha scelto di analizzare la questione ragionando sul rapporto tra costi e benefici. Ecco perché la Francia non escluderà il colosso di Shenzen dalle reti, pur proteggendo i suoi siti strategici. E perché, a fronte di quella che sembrerebbe una chiara apertura, Macron si tiene stretta una exit strategy.

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