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Forse la notizia più importante di ieri è che l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, era a Parigi dove ha incontrato Steve Witkoff e Jared Kushner che hanno presenziato al vertice Usa-Ue sulla guerra ucraina tenutosi nella capitale transalpina.

Trump advisers met Putin's envoy in Paris to discuss Ukraine plan

Lo riferisce Strana, dettagliando che l’incontro è avvenuto nell’ambasciata americana di Parigi, poco distante dall’Eliseo col quale Dmitriev si deve essere relazionato dal momento che ieri c’è stato uno scambio di prigionieri tra Francia e Russia (il ricercatore Laurent Vinatier contro il giocatore di basket Daniil Kasatkin).

Gli scambi di prigionieri sono simbolici, passi distensivi che riecheggiano altro e più importante come l’apertura di Macron a un incontro con Putin avvenuta prima di Natale (e raccolta dallo zar), ribadita due giorni fa in un’intervista a France 2: “Tutto deve essere organizzato a breve termine […]. Stiamo organizzando un incontro che dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane”.

Macron announces his plans to hold conversation with Putin as soon as possible

Come appare simbolico che ieri siano stati rilasciati i due russi che facevano parte dell’equipaggio della Marinera, la petroliera russa sequestrata dagli Usa. Rilascio per il quale Mosca ha ringraziato la “leadership degli Stati Uniti”. Di ieri anche la telefonata tra Gustavo Petro e Trump di cui abbiamo accennato nella nota pregressa; iniziativa che, come ha dichiarato il presidente colombiano, può aprire nuove prospettive al Venezuela (verso il quale oggi Trump ha usato parole distensive, spiegando di aver annullato la seconda ondata di attacchi perché “stanno cooperando“).

E di ieri anche l’invito formale di quattro parlamentari russi al Congresso Usa per dialogare sulla pace, iniziativa della repubblicana Anna Paulina Luna che ha avuto il placet del Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio.

Segnali che parlano di un dialogo continuo tra Stati Uniti e Russia, nonostante l’improvvido e inaccettabile sfoggio muscolare di Trump in Sud America e altrove, a cui si aggiungono le sue contraddittorie dichiarazioni sull’Ucraina, ultima delle quali quella sulla disponibilità a schierare truppe americane nel Paese dopo un eventuale accordo di pace.

Una prospettiva che Mosca ha sempre rigettato e che Trump ha deliberatamente reso aleatoria aggiungendo che tale schieramento avverrebbe solo se i russi non attaccheranno di nuovo l’Ucraina e che comunque spetta all’Europa sostenere quelle garanzie di sicurezza nei confronti di Kiev che Washington si è rifiutata di sottoscrivere.

Nel frattempo, a rendere ancora più confusa la vicenda, la decisione di Trump di supportare un disegno di legge bitartisan, primo firmatario il solito incendiario Lindsey Graham, diretto a sanzionare Cina, India e soprattutto petrolio russo, che, come annota al Jazeera, conferirebbe a “Trump l’autorità di imporre dazi fino al 500 percento sulle importazioni dai paesi che intrattengono rapporti commerciali con il settore energetico russo”.

Un’iniziativa che rischia anche di incrementare la caccia alla flotta ombra di Mosca, innescando legittime reazioni. Resta che già nel luglio scorso Trump aveva fatto trapelare che avrebbe appoggiato un’analoga iniziativa di Graham per poi lasciarla cadere nel vuoto (allora aveva acceduto a tale follia solo per evitare ulteriori pressioni prima di incontrare Putin ad Anchorage).

Intanto, la Russia ieri ha snudato il braccio e usato per la prima volta gli Oreshnik nella guerra ucraina (il primo lancio, quello del 2024, fu dimostrativo), in risposta all’attacco alla residenza di Putin del mese scorso, come hanno spiegato.

In realtà la risposta al tentativo di colpire la residenza di Putin è stata oltremodo tardiva e forse a spingere i russi a decidersi è stata la necessità di dare una dimostrazione di forza dopo il sequestro delle petroliere della sua flotta ombra (la Marinera e la Sophia).

L’iniziativa bellica russa è coincisa con la visita di Dmitriev a Parigi, che evidentemente serviva anche a evitare una drammatizzazione di tale attacco da parte della parte avversa e a conservare il dialogo con gli States.

Ciò perché il filo del dialogo non deve essere rescisso, nonostante l’incontinenza aggressiva di Trump, incrementata al parossismo dopo la visita di Netanyahu negli Stati Uniti. Già, l’incontro col premier israeliano deve aver destabilizzato non poco Trump, dal momento che da quel momento sembra impazzito, avviando l’operazione Venezuela e minacciando mezzo mondo.

Probabile che l’isterismo di Trump sia un modo per svicolare, cercare vie di fuga  dalle coercizioni volte a innescare un’operazione bellica contro l’Iran, scopo precipuo del viaggio di Netanyahu. Ma le pressioni stanno avendo effetto, come denotano le sue dichiarazioni sempre più minacciose contro Teheran.

Ed è proprio l’Iran, al momento, il nodo cruciale sul quale si gioca la pace globale. Il regime-change alimentato dai soliti noti, che fa leva sulle difficoltà economico-finanziarie del Paese (causate da decenni di sanzioni), sta montando. Trump ha minacciato di intervenire se Teheran userà la mano pesante contro i manifestanti, cosa che prima o poi, se l’ondata di piena prosegue, non può che avvenire.

Tale scenario d’abisso incombe, con il governo di Teheran in serie ambasce. L’unico elemento distonico rispetto a questo infausto sviluppo è che non ci sono portaerei americane nei pressi del Golfo Persico, né possono materializzarsi d’improvviso (secondo Forbes, arriverebbero tra “mesi”).

Non che ciò garantisca che la guerra non sia vicina, ma resta che è più difficile iniziarla. Trump, al solito, vive di contraddizioni: ieri ha rifiutato un incontro con l’autoproclamato principe ereditario iraniano Reza Pahlavi, che Israele e neocon vorrebbero intronizzare a Teheran…

Trump will not meet Iran’s ‘Crown Prince’ Pahlavi as protests intensify

Ci sono spazi di manovra per evitare una nuova grande guerra mediorientale; quanto ampi non è dato sapere. Ciò che è chiaro è che la diplomazia su certe criticità non vale. Urge la deterrenza: l’uso dell’Oreshnik segnala tale presa d’atto da parte di Mosca.

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