Torna a parlare una vecchia conoscenza della politica internazionale: l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. E lo fa andando ad accendere i riflettori sul tema più complesso e delicato del dibattito politico occidentale: la guerra in Ucraina e il comportamento del blocco euro-atlantico.

In un’intervista all’emittente irlandese Rte, Clinton ha detto di essere rammaricato per una scelta che, oggi, considera un suo grande errore strategico: avere convinto l’Ucraina, diventata da poco indipendente dopo il collasso dell’Unione Sovietica, a rinunciare alle testate nucleari presenti sul proprio territorio e appartenenti all’arsenale di Mosca. “La Russia non avrebbe invaso l’Ucraina se Kiev avesse ancora armi nucleari”, ha ammesso l’ex presidente Usa.

Le bombe atomiche e l’accordo del 1994

Il riferimento è al patto a tre siglato nel 1994 tra Clinton, l’allora presidente russo Boris Eltsin e l’allora omologo ucraino Leonid Kravchuk e con il sostegno di Londra. L’accordo serviva a garantire lo smantellamento della grande quantità di bombe “sovietiche” ancora stoccate in Ucraina in cambio della garanzia che Mosca non avrebbe minacciato né violato i confini del Paese.

Non si trattava di un arsenale limitato: l’Ucraina, nella breve fase tra la fine dell’Urss e l’accordo passato alla storia come Memorandum di Budapest era diventata la terza potenza mondiale in quanto a numero di testate sul proprio territorio. L’arsenale ricevuto “in eredità” dal disfacimento del blocco sovietico aveva quindi un enorme valore strategico. Come rovescio della medaglie, esso però richiedeva anche un enorme dispendio di denaro per la sicurezza, la manutenzione, il controllo oltre che una manodopera specializzata non solo esperta ma anche numerosa.

Kiev per un certo periodo delle trattative i mostrò restia ad accettare la consegna completa delle testate. Poi, come ammesso dallo stesso Clinton, il pressing di Washington ebbe la meglio, lasciando così che l’Ucraina smaltisse tutte le bombe in cambio di garanzie economiche ma soprattutto di sicurezza. I confini dell’Ucraina erano ritenuti dunque inviolabili tranne in caso di minaccia diretta. Accordo poi certificato non solo con il Memorandum di Budapest ma anche con il trattato START e con una serie di nuovi atti diplomatici siglati tra Russia, Stati Uniti e Regno Unito.

La retromarcia di Clinton

Clinton però, a distanza di quasi 30 anni, ritiene che quella scelta fatta alla fine della Guerra Fredda si sia rivelata sbagliata. “Sapevo che il presidente Putin non sosteneva l’accordo concluso dal presidente Eltsin di non interferire mai con i confini territoriali dell’Ucraina, un accordo che aveva fatto perché voleva che l’Ucraina rinunciasse alle proprie armi nucleari”, ha detto Clinton. L’ex capo della Casa Bianca ha affermato che già allora gli ucraini “avevano paura” di rinunciare alle atomiche stoccate sul proprio territorio “perché pensavano che fosse l’unica cosa che li proteggeva da una Russia espansionista” e, “quando è diventato conveniente per lui, il presidente Putin rotto l’accordo e ha preso la Crimea per primo. E mi sento malissimo per questo perché l’Ucraina è un Paese molto importante”.

Le parole di Clinton, a ridosso di un dibattito estremamente ampio in America sul ruolo che Washington dovrebbe avere nella guerra in Ucraina, segnalano diverse questioni. Da un lato vi è probabilmente il rammarico di un fallimento strategico che, a distanza di 30 anni, pesa sul giudizio della presidenza democratica. Dall’altro lato, non va sottovalutato il messaggio lanciato per l’opinione pubblica interna e internazionale. Clinton ha ancora un peso nel mondo dem Usa, anche grazie alla moglie, e questo fa sì che le sue dichiarazioni possano essere lette anche come un monito verso il partito e sui partner Usa per quanto riguarda il sostegno militare e finanziario a Kiev in questa guerra. Un elemento da non sottovalutare nel momento in cui nel partito repubblicano, in alcuni segmenti democratici, oltre che in Europa, si tende a discutere in modo più ampio su quanto possa continuare (e fino a che punto) l’impegno occidentale contro Mosca.