La Federazione russa ha raggiunto, in Siria, tutti gli obiettivi che si era posta e, in primis, ha evitato l’infiltrazione di elementi radicali, con esperienza militare, sul proprio territorio nazionale. Questo è quanto dichiarato da Vladimir Putin nel corso della conferenza stampa conclusiva del summit del Brics, l’associazione informale che vede riuniti Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. In realtà lo scenario siriano, per Mosca, è andato oltre le più rosee aspettative: il regime di Bashar al Assad è ormai stabilizzato, la minaccia rappresentata dall’Isis, seppur ancora presente, è stata ridimensionata mentre le fazioni dell’opposizione locale sono state eliminate o confinate nella provincia di Idlib, senza ormai la capacità di causare particolari danni.

Una vittoria strategica

Damasco è, ormai da decenni, un partner strategico della Federazione russa nella regione mediorientale. Mosca può contare sulla base navale di Tartus, su quella aerea di Latakia, su una  base per elicotteri (non è chiaro se permanente) a Qamishli e più in generale la caduta di Bashar al Assad avrebbe causato un grave danno agli interessi del Cremlino nell’area. Il dialogo in corso a Ginevra tra i rappresentanti dell’esecutivo siriano, gli esponenti della società civile e quelli dell’opposizione costituisce, poi, l’ennesimo successo della Federazione russa che ha, di fatto, facilitato questo processo insieme ad Iran e Turchia. Damasco, poi, si è ulteriormente rafforzata grazie agli ultimi eventi che hanno avuto luogo nel nord della Siria: l’incursione militare di Ankara in funzione anti Ypg ha indebolito le milizie curde e ciò, unito al disimpegno americano, ha esteso l’influenza governativa verso il nord-est del Paese. Bashar al Assad sa che, con ogni probabilità, la Russia interverrebbe in difesa della Siria qualora la Turchia si spingesse troppo in la nel corso delle proprie operazioni militari future in loco.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

Il rafforzamento russo in Siria procede di pari passo con l’indebolimento americano e soprattutto europeo. Non corre buon sangue, infatti, tra l’esecutivo siriano e buona parte delle nazioni del Vecchio Continente che dovranno trovarsi a fare i conti con una situazione che, di fatto, li vede ai margini e poco influenti. C’è poi il problema dei foreign fighter che ha provocato divisioni all’interno dello schieramento occidentale: Trump ha rinfacciato ai partner di non volersi riprendere i propri ex guerriglieri.

Le prospettive

L’intervento di Mosca sullo scenario siriano ha, di fatto, cambiato l’esito del conflitto. Damasco, infatti, era in gravi difficoltà prima che la Federazione russa, a partire dal 2015, intervenisse in supporto dell’esecutivo e contro ribelli e radicali islamici. Il massiccio contributo fornito da Mosca si è rivelato cruciale ed ha potenziato il livello di penetrazione strategica del Cremlino sull’area. La semi-pacificazione siriana consentirà alla Russia di poter agire con maggiore serenità anche in altri contesti. La minaccia costituita da elementi radicali provenienti dalla Siria, stando a quanto dichiarato dallo stesso Putin, sembra al momento sventata ma costituisce comunque un pericolo per la sicurezza dello Stato e dovrà essere attentamente monitorata per evitare conseguenze o ricadute instabili nel prossimo futuro. La lezione siriana dovrà essere studiata con attenzione dai governi occidentali per evitare, in futuro, il ripetersi di un’accresciuta influenza russa anche in altri contesti, come ad esempio in Africa, dove il Cremlino è sempre più attivo e pronto a migliorare le proprie posizioni.