La discussione sull’interesse nazionale italiano è negli ultimi tempi notevolmente complicata, a livello politico e mediatico, dalla carenza culturale della nostra classe dirigente in materia.

L’Italia si è ritrovata molto spesso  impossibilitata a comprendere quali fossero le sue prospettive, le sue priorità e  le sue potenzialità nell’approccio agli eventi del mondo e ad elaborare strategie capaci di ottimizzare le risorse degli apparati nazionali per realizzarle. La globalizzazione ha amplificato l’interconnessione delle dinamiche mondiali ma l’Italia, come vittima di una dinamica di segno opposto, ha troppe volte agito come entità avulsa dalla sua posizione nel mondo nel contesto internazionale: troppe opportunità, in Europa e non solo, sono andate sfruttate per la negazione di ogni reale pensiero sull’interesse nazionale.

In Italia si è persa la cultura dell’interesse nazionale

La perdita della cultura dell’interesse nazionale ha rappresentato uno dei principali deficit che il travagliato cammino della Seconda Repubblica ha imposto al Paese. Come hanno scritto acutamente Guido dell’Omo e Leonardo Palma su Nazione Futura, “nessun politico italiano sa che tipo di Italia desidera nel concreto. L’Italia non è più in grado di formare classe dirigente; ha smesso di produrre statisti. E di questi c’è bisogno per capire che ruolo poter ritagliare per l’Italia in un mondo che vede sfide e opportunità enormi. La classe politica non è attrezzata culturalmente, politicamente e moralmente per elaborare una politica estera coerente e di ampio respiro”. Ernesto Galli della Loggia afferma che “la democrazia italiana ha bisogno di un forte richiamo a un impegno nazionale comune” necessaria per ricostruire tale coerenza e la necessaria lungimiranza.

I media, dal canto loro, hanno contribuito al declino della cultura dell’interesse nazionale. Alessandro Sansoni ha criticato su Il Giornale “l’approccio dei media mainstream: sempre ideologico, orientato alla ricerca dei buoni e dei cattivi, mai a un’analisi razionale dei fatti in una prospettiva collegata all’interesse nazionale […] Talvolta i giudizi veicolati sono così smaccatamente contrari ai nostri interessi da far pensare che ci sia malafede”. 

E come non ricordare le responsabilità degli operatori economici? Illuminante a tal proposito è il saggio di Giuseppe Berta, Che fine ha fatto il capitalismo italiano?, nel quale il docente dell’Università Bocconi ha segnalato le carenze della grande impresa italiana nella costruzione di un modello adatto alla globalizzazione dopo lo smantellamento del sistema della Prima Repubblica.

Il perno mediterraneo dell’interesse nazionale italiano

Le classiche direttrice su cui la geopolitica italiana si è imperniata nel secondo dopoguerra, quella euro-atlantica e quella mediterranea, sono state completamente misconosciute da Roma che, se sul primo fronte ha, con diverse intensità, optato per il docile appiattimento linee fissate dagli Stati Uniti in campo Nato e dalla Germania in sede comunitaria, nel secondo è andata letteralmente in corto circuito, voltando le spalle al mare che rappresenta la sua principale proiezione nel mondo.

Risulta dunque vitale prendere consapevolezza del fatto che l’Italia possa e debba, conscia del suo status di media potenza, approfondire la propria capacità d’azione a partire dal proprio principale punto di riferimento: la collocazione mediterranea e il suo ruolo strategico a lungo negletto da una classe dirigente a lungo convinta che il migliore interesse nazionale dovesse proprio essere il negare di averne uno

Paese strategico per l’Occidente, l’Italia deve necessariamente giocare di sponda nello scontro Usa-Germania e evitare le insidie di una Francia divenuta il suo rivale numero uno in campo geopolitico, ma che rappresenta un’interlocutrice fondamentale per una riforma più solidaristica dell’architettura comunitaria.

Ma, al tempo stesso, non scordare di essere Paese amico della Russia e capace di rappresentare un’avanguardia nelle relazioni con la Cina, come dimostrato dal viaggio a Pechino del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione del forum sulla “Nuova Via della Seta” del maggio 2017.

L’Italia come cerniera tra Oriente e Occidente

E proprio l’elevata capacità d’intermediazione dell’Italia e la storia del Paese nei primi decenni della Repubblica possono fornire una traccia del ruolo che l’Italia può svolgere come ponte con l’Oriente senza abbandonare le sue prerogative di nazione occidentale. Virgilio Ilari sul penultimo numero di Limes ha definito quella che a suo parere dovrebbe essere la via maestra su cui sviluppare le politiche di consolidamento dell’interesse nazionale, ovvero la valorizzazione della “funzione geoeconomica dell’Italia, in cui la Penisola diventa il segmento centrale di una linea di comunicazione globale Est-Ovest”.

Secondo il presidente della Società Italiana di Storia Militare, “la grande Farnesina della gloriosa Prima Repubblica pilotata dall’Eni si avvicinava alla realtà, con la metafora dell’Italia “crocevia” tra Est e Ovest (e tra Nord e Sud)”.

La sfida dei porti nell’ambito della Belt and Road Initiative e il costante dialogo con Mosca sono spunti che il governo Conte non deve abbandonare, portando avanti altre felici intuizioni come le vantaggiose relazioni commerciali con Paesi come l’Iran e il Pakistan e rafforzando una politica di cooperazione allo sviluppo e commercio con i Paesi africani. La Pira, Mattei, Moro, Craxi sono gli esempi da prendere in considerazione per consolidare lo sviluppo di una classe dirigente capace di comprendere tanto le numerose sfide quanto le innegabili opportunità che la globalizzazione offre all’Italia. E di sviluppare una politica razionale capace di valorizzare l’interesse nazionale di Roma e, soprattutto, di rendere conscia l’Italia del suo importante posto nel mondo.