A Bruxelles soffiano venti di crisi e incertezza politica dopo le ultime, inconcludenti elezioni del 26 maggio. In questo caso non si parla delle consultazioni europee che hanno portato ad un certo tipo di esiti grazie ai quali il presidente del consiglio belga uscente, il conservatore Charles Michel, andrà a presiedere il Consiglio europeo. La paralisi politica ha colpito, per l’ennesima volta, le istituzioni nazionali belghe e nello specifico la Camera dei Rappresentanti.

Il vincitore delle consultazioni è stato il partito nazionalista e separatista fiammingo, moderatamente euroscettico, della Nuova Alleanza Fiamminga, che si è aggiudicato 25 seggi sui 150 della Camera. A seguire i Socialisti con 20 seggi, la destra radicale del Vlaams Belang con 18 scranni, il centrodestra del Movimento Riformatore con 14 e una serie di altri partiti, dai verdi, ai comunisti, al centro destra cristianodemocratico con un numero di seggi compreso tra i 12 ed i 14 e infine altre formazioni minori. La presenza di molti partiti politici ed un sistema elettorale proporzionale sono, di certo, fattori che non velocizzano le trattative per le formazioni degli esecutivi ma la causa delle paralisi politiche di Bruxelles sono da ricercarsi altrove.

Il Belgio è di fatto, un Paese spaccato in due e tenuto insieme, con sempre maggiore difficoltà, da un élite politica che annaspa tra una crisi e l’altra. Il nord del Paese, corrispondente alla regione delle Fiandre, restaa un’area molto ricca e produttiva, tra le più prospere di tutta l‘Unione Europea, anche grazie al gigantesco porto di Anversa e alle esportazioni. Qui il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 5 per cento e la percentuale di pil pro capite è superiore alla media europea. Il sud invece, la Vallonia, ha maggiori problemi di tipo economico e sociale, con un sistema produttivo in crisi e che in passato si basava sulle estrazioni minerarie. Qui la disoccupazione è intorno al 10 per cento e la percentuale di Pil pro capite è inferiore alla media europea.

Ma le differenze tra le due regioni non sono solo economiche, ma anche culturali. Dalla lingua alle tradizioni, la spaccatura del Belgio in Fiande e Vallonia è sempr epiù netta e si manifestano anche a livello politico. Le Fiandre hanno, almeno nelle ultime consultazioni, sviluppato preferenze politiche che guardano sempre più a destra: dai nazionalisti più moderati della Nuova Alleanza Fiamminga a quelli più radicali del Vlaams Belang. La Vallonia è, invece, più orientata verso i partiti progressisti e ha parzialmente confermato questa tendenza anche in periodi di magra per la sinistra a livello europeo. Basti pensare che qui, il 26 maggio, il Partito Socialista è giunto ancora una volta primo a livello regionale.

Se le due comunità, i fiamminghi e i valloni, sono così differenti come possono convivere in uno stato unitario? Lo fanno con molta difficoltà e i risultati si vedono. I partiti belgi, con l’eccezione del Partito comunista, hanno differenti denominazioni nelle Fiandre e in Vallonia e quindi si presentano nelle due regioni come due formazioni differenti. A livello nazionale la formazione del governo deve essere rappresentativa di entrambe le comunità e questo genera ulteriori difficoltà. È molto difficile, ad esempio, per i nazionalisti e separatisti fiamminghi trovare punti in comune con i socialisti valloni. Le cose si complicano ulteriormente se si pensa che tanto le Fiandre quanto la Vallonia sono dotate di Parlamenti regionali, dotati di considerevole autonomia, guidati da esecutivi che possono essere di tendenza opposta al governo nazionale.

Spicca poi lo strano caso di Bruxelles, città-regione autonoma situata esattamente al centro del Paese e al confine tra le due regioni. Bruxelles è in maggioranza francofona ed è anche la città simbolo dell‘Unione europea e soffre gli strappi politici tra le diverse comunità belghe. Anche Bruxelles ha il suo Parlamento regionale, aggiungendo un ulteriore organismo legislativo in un panorama già frammentato.

Cosa impedisce al Belgio di scindersi? La presenza di alcune istituzioni unificanti, come la monarchia, che rappresenta in egual modo tutti i cittadini e forse il fatto che le crisi istituzionali non hanno ancora raggiunto un vero e proprio punto di rottura. Aspettare quaranta giorni per giungere alla formazione di un esecutivo è cosa da nulla per la popolazione belga. Basti pensare che nel 2010, in seguito alle elezioni di giugno, di giorni ce ne vollero 589 per formare il governo. E nel 2014 si dovette attendere da giugno ad ottobre. Il Belgio assomiglia sempre di più, per usare le parole di un abitante del luogo, a due Paesi diversi riuniti sotto la stessa bandiera. E se le Fiandre continueranno a spingersi sempre più a destra mentre la Vallonia sempre più a sinistra il punto di non ritorno potrebbe avvicinarsi, pericolosamente, sempre di più. Con ripercussioni per tutta l’Europa.