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Una manifestazione di protesta degli studenti universitari, svoltasi a Jakarta, è stata dispersa dalla polizia indonesiana. Gli agenti hanno utilizzato cannoni ad acqua e lacrimogeni sui giovani, inferociti dal passaggio di un controverso provvedimento legislativo. Il parlamento del Paese ha infatti votato una legge che, secondo i critici, ridurrà i poteri della Commissione per l’eradicazione della corruzione, un ente di fondamentale importanza per la lotta al malaffare nella nazione. Scontri tra manifestanti e polizia hanno avuto luogo, negli ultimi giorni, anche in altre città dell’Indonesia e la loro intensità sta crescendo. Nella sola Jakarta la polizia ha arrestato 94 studenti mentre altri 265 e 39 agenti sono stati ricoverati in ospedale per le ferite riportate in seguito alle colluttazioni. Questi eventi rischiano di danneggiare la credibilità del presidente Joko Widodo, eletto per un secondo mandato nel mese di maggio.

Un problema nazionale

L’Indonesia è lo Stato a maggioranza musulmana più popoloso del mondo, con un totale di 270 milioni di abitanti e riveste un ruolo importante nella stabilità dell’Asia sud-orientale. Il Paese è però colpito da altissimi livelli di corruzione e le attività della Commissione, una delle poche istituzioni che gode della fiducia popolare, hanno portato all’arresto di centinaia di politici negli ultimi anni. L’ente ha iniziato a operare nel 2002, quando vide la luce nell’ambito di un pacchetto di riforme intraprese dalla neonata democrazia e i recenti sviluppi sono destinati a suscitare le crescenti ire di molti abitanti. Gli studenti hanno richiesto al capo dello Stato di intervenire e di rimuovere il progetto di legge con un decreto esecutivo. Secondo Transparency International, un’organizzazione non governativa che monitora, tra l’altro, annualmente i livelli di corruzione nei diversi Paesi del mondo, il provvedimento parlamentare avrà l’effetto di minare la lotta al malcostume nella nazione. Nella classifica redatta da Transparency per il 2019 l’Indonesia è 89esima su 180.

Le sfide del Paese

La lotta alla corruzione non è però l’unico problema dell’Indonesia. Diversi gruppi jihadisti operano nell’arcipelago e tra questi spicca la Jemaah Islamiyah (JI), responsabile anche del famigerato attentato di Bali nel 2002 in cui persero la vita oltre duecento persone. Para Wijayanto, leader del gruppo, è stato arrestato il 29 giugno a Jakarta ed avrebbe anche reclutato combattenti inviati poi in Siria. Le minacce del radicalismo sono sempre presenti in questo Paese così vasto e poco controllabile ed anche esponenti dello Stato islamico sono stati arrestati per aver pianificato attentati. L’islam radicale riscuote un certo successo elettorale se si pensa che il conservatore Prabowo Subianto, ex generale appoggiato anche dagli islamisti, aveva raggiunto il ballottaggio delle presidenziali nel mese di maggio venendo poi sconfitto da Widodo. L’Indonesia è stata recentemente protagonista di un altro sviluppo negativo, in questo caso ambientale. Le foreste del Paese sono state colpite da fiamme indomabili, spesso applicate dalla mano umana e nello specifico da coltivatori locali. Questi ultimi tentano di espandere le piantagioni di palme da olio a discapito della lussureggiante foresta tropicale, che ha subito gravi danni.

Le prospettive economiche del Paese offrono comunque spunti di ottimismo. L’economia locale dovrebbe crescere, secondo le stime, del 5.3 per cento nel 2020 e Joko Widodo ha promesso riforme per attirare gli investitori stranieri e porre fine al persistente deficit commerciale della nazione. La crescita dovrà comunque accompagnarsi ad una serrata lotta alla corruzione ed i recenti sviluppi potrebbero causare problemi in questo senso. La stabilità del Paese risulta di vitale importanza per gli equilibri asiatici e la comunità internazionale, nello specifico Cina e Stati Uniti, è particolarmente interessata al mantenimento dello status quo e ad evitare episodi di caos e violenza nello Stato.

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