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La crisi birmana relativa all’esodo della minoranza Rohingya non si è ancora spenta e già in India si accende un nuovo focolaio di discriminazione religiosa. Questa volta a farne le spese sono più di quattro milioni di persone residenti nello Stato nordorientale di Assam, al confine col Bangladesh.

Il National Register of Citizens (Nrc) è una lista compilata dalla Corte Suprema indiana che, per la prima volta dal 1951, ha tentato di far fronte all’annoso problema dell’immigrazione illegale proveniente dal vicino Bangladesh. Una situazione, quella dell’immigrazione irregolare, giudicata insostenibile già dai precedenti governi. Secondo l’Accordo di Assam, firmato dall’allora presidente Rajiv Gandhi nel 1985, tutti coloro che non potevano dimostrare di essere giunti nello Stato nordorientale prima del 24 marzo 1971, sarebbero stati cancellati dalle liste elettorali ed espulsi. Minacce che non ebbero alcuna ripercussione sul piano pratico, fino ad ora.

Durante la campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria, il premier Narendra Modi aveva promesso che avrebbe finalmente pubblicato il nuovo Nrc. E così è stato. Ci sono voluti tre anni per aggiornare il registro, che però ha tagliato fuori circa quattro milioni di persone, su un totale di 30 milioni residenti nello stato di Assam, escludendole definitivamente dalla lista di cittadini del Paese.

Per poter ottenere la cittadinanza indiana, infatti, tutti gli individui richiedenti hanno dovuto esibire le prove del loro ingresso in India prima della mezzanotte del 24 marzo 1971, vigilia della dichiarazione d’indipendenza del Bangladesh. Tutti coloro entrati in Assam dopo quella data sono stati estromessi dal Nrc e dichiarati dunque clandestini, apolidi legalmente perseguibili dalla legge.

La Storia non fa sconti, nemmeno ai disperati

Quando il viceré britannico, Lord Mountbatten, lasciò l’India nel 1947 decise di dividere in due i domini di Sua Maestà. Una parte sarebbe andata alla popolazione di religione hindu, l’altra ai musulmani. Nacquero così India e Pakistan, più o meno con i confini che conosciamo oggi (compreso il sempre conteso Kashmir). Il Bangladesh passò direttamente sotto la giurisdizione pakistana (tanto da chiamarsi Pakistan Orientale), non senza qualche lamentela da parte della popolazione bengalese. La lingua e la cultura del Bangladesh differiscono totalmente da quelle pakistane e questa situazione non poteva reggere a lungo. Discriminazioni linguistiche, economiche, politiche e lavorative ai danni del Pakistan Orientale sfociarono ben presto nella guerra di liberazione Bengalese.

Migliaia di persone in tutto il Bangladesh perirono nel corso di questo conflitto fratricida. Moltissimi bengalesi fuggirono, riparandosi nella vicina India, all’epoca alleata del neonato governo di Dacca. Molti sfollati si stabilirono in Assam, uno degli Stati più poveri di tutta la Repubblica indiana, iniziando a lavorare e mettendo su famiglia nelle regioni paludose del fiume Brahmaputra.

Oggi, dopo 47 anni, milioni di rifugiati bengalesi rischiano di vedersi privati dei più elementari diritti. Molti di loro non sono riusciti a dimostrare di essere giunti in India prima del 1971, alcuni erano solo dei neonati, e ora vivono nel terrore di essere deportati con la forza verso uno stato che mai hanno conosciuto e che mai li accetterebbe.

In India non si fermano le discriminazioni

Molte organizzazioni non governative hanno accusato Narendra Modi e il suo partito nazionalista Bjp di aver architettato tutto per sbarazzarsi di un’importante fetta della minoranza musulmana. “Non è altro che una cospirazione per commettere atrocità”,  ha dichiarato alla Bbc l’attivista bengalese Nazrul Ali Ahmed. “Stanno apertamente minacciando di sbarazzarsi dei musulmani, quello che è accaduto ai Rohingya in Myanmar potrebbe accadere anche qui”.

Accuse respinte al mittente dal premier Modi che ha sottolineato come il Nrc sia stato supervisionato da un organismo (teoricamente) apolitico come la Corte Suprema indiana. “La cittadinanza non può essere determinata in base alla lingua o alla religione”,  ha dichiarato il responsabile del Nrc Prateek Hajela.

“Dichiarare qualcuno come straniero deve passare attraverso l’esame giudiziario. Solo un’autorità giudiziaria ha il diritto di dichiarare qualcuno straniero”, ha continuato. “Possiamo solo dire che queste persone che non appaiono nell’Nrc  non sono state in grado di provare la cittadinanza indiana secondo le disposizioni vigenti”. Sembrerebbe dunque che nessuno voglia minacciare i quattro milioni di esclusi, che avranno ulteriore tempo per cercare di dimostrare la loro cittadinanza indiana. Ma dichiarazioni precedenti lasciano presagire un futuro tutt’altro che roseo.

Sulla pagina Facebook del Nrc è stato pubblicato un video promozionale (poi rimosso) in cui una graziosa fanciulla intona un canto che nulla ha a che vedere con un organo apolitico, laico e democratico quale dovrebbe essere  la Corte Suprema: “Invochiamo una nuova rivoluzione, per sconfiggere il nemico straniero, con coraggio proteggeremo la nostra patria”. Un vero e proprio inno-manifesto dell’hindutva, l’ideologia nazionalista hindu su cui si fonda il partito di governo Bjp.

Il premier Modi non ha esitato a definire i musulmani bengalesi degli “infiltrati”, aizzando folle di suoi sostenitori verso una caccia alle streghe e un odio verso le minoranze che dilaga sempre più feroce nei cuori dei fondamentalisti hindu. Dalle valli del Kashmir fino alle foreste del Tamil Nadu, non passa giorno in cui non si senta parlare di qualche episodio discriminante nei confronti di musulmani o cristiani.

Nel 2014 fu proprio il premier Modi a promettere trattamenti di favore ai rifugiati hindu-bengalesi che secondo lui dovrebbero “essere abbracciati dall’India”. Nel 2016 propose addirittura un disegno di legge per evitare che cittadini hindu provenienti da altri paesi potessero venire arrestati e spediti in centri di detenzione come tutti coloro che entrano in India illegalmente. Ufficialmente il disegno di legge non riguarda soltanto individui di religione hindu, ma anche “giainisti, buddhisti, sikh e cristiani entrati in India senza documenti validi prima del 31 dicembre 2014”. Impossibile non notare l’assenza dei musulmani dalla lista di religioni elencate nel disegno di legge.

È  indubbio che una tale proposta sia stata fatta da Modi con il triplice obiettivo di favorire gli immigrati Hindu, discriminare i musulmani (in particolare quelli bengalesi), e accontentare il suo elettorato più ideologico e intransigente.

Si avvicinano le elezioni

Quale sarà il destino riservato ai quattro milioni di esclusi dal registro di cittadinanza non è dato saperlo. Il Bangladesh, già gravato dall’emergenza Rohingya, ha già fatto sapere di non essere disponibile ad accettare nuove masse di rifugiati.

“A tutti sarà dato il diritto di dimostrare la propria cittadinanza”, ha detto alla Bbc Siddhartha Bhattacharya, ministro della Legge di Assam e membro del Bjp. “Ma se non riescono a farlo, beh, il sistema legale seguirà il proprio corso”.

C’è anche chi pensa che tutto questo sia soltanto una messinscena in vista della prossima tornata elettorale. Le elezioni del 2019 sono meno lontane di quanto si possa pensare. Narendra Modi lo sa e non vuole correre rischi. L’ascesa dirompente con cui si è imposto nel 2014 sta esaurendo il suo vigore e negli ultimi mesi il suo governo ha iniziato a cedere sotto i colpi di un’opposizione che pare essersi finalmente risvegliata dopo anni di letargo.

È probabile che Modi saprà utilizzare al meglio questa situazione per presentarsi nuovamente come il vero difensore dell’identità indiana. Fino ad allora però, milioni di famiglie saranno costrette a vivere in un tremendo limbo. Spingendo lo sguardo più a Oriente, verso quel Myanmar straziato dai pogrom, rischierebbero addirittura di intravedere il loro prossimo futuro.

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