Sebbene India e Cina abbiano, per il momento, sotterrato l’ascia di guerra lungo il loro confine, nel solco dell’atavica disputa sino-indiana si è andata ad inserire, negli ultimi mesi, la corsa al vaccino. Una svolta geopolitica che ha permesso a New Delhi di potersi lanciare in una campagna di contenimento della vaccine diplomacy di Pechino, trasformando le preziose fiale in una nuova valuta diplomatica con cui attuare il proprio soft power.
I teatri della sfida
Fino ad ora l’India ha inviato 36 milioni di dosi di vaccino a Paesi come Bangladesh, Myanmar, Nepal, Bhutan, Maldive, Mauritius, Seychelles, Sri Lanka, Bahrain, Oman, Afghanistan, Barbados e Repubblica Dominicana. Secondo il portavoce del ministero degli Affari esteri Anurag Srivastava, 6 milioni di dosi di vaccini sono state fornite come aiuto, 29,4 milioni sono stati spediti su base commerciale. L’iniziativa ha preso piede con i Paesi nelle immediate vicinanze dell’India e le principali nazioni partner nell’Oceano Indiano, in linea con la politica “Neighbourhood first” perseguita da Modi. Nelle ultime quattro settimane, inoltre, è stata approvata la spedizione del vaccino alla Cambogia e si prevede di rifornire a stretto giro la Mongolia e gli stati delle isole del Pacifico, mentre ulteriori forniture sono arrivate in Afghanistan. Dalla sua, il governo di Modi ha la forza del più grande produttore mondiale di vaccini (produce il 60% dei vaccini globali) come strumento per rinfocolare rapporti regionali fondamentali (si pensi al caso del Nepal) e, allo stesso tempo, respingere il dominio politico ed economico della Cina.
La Cambogia è l’esempio più evidente di questa nuova guerra fredda: Nuova Delhi ha approvato urgentemente 100mila dosi per la Cambogia a seguito di una richiesta a Modi del primo ministro cambogiano Hun Sen: Phnom Penh, tuttavia, è un importante alleato della Cina, che dovrebbe fornire un milione di dosi di vaccini COVID-19, sviluppati principalmente dall’azienda statale Sinopharm.
Anche l’Afghanistan è terreno di scontro fra i due giganti d’Asia: qui, circa un mese fa, sono giunte 500mila dosi del vaccino AstraZeneca, le prime ad arrivare nel Paese devastato dalla guerra. Nonostante i vaccini siano stati forniti in forma di sussidio l’India ha investito milioni di dollari in Afghanistan nel corso degli anni in uno sforzo espansivo volto a respingere l’influenza del rivale Pakistan nella terra dei Talebani. Ma come nel gioco del gatto e del topo, la Cina ha provveduto a sfoderare anche qui la propria potenza di “fuoco”: agli inizi di marzo si è impegnata a fornire 400.000 dosi del vaccino COVID-19 di Sinopharm all’Afghanistan, per spingere la campagna di immunizzazione del Paese.
La controffensiva cinese
Dal canto suo, Pechino procede come una macchina da guerra: nell’ultimo mese, ha spedito più di 1 milione di dosi a settimana in Africa, Medio Oriente e America Latina e ha fa fornito 10 milioni di dosi di vaccino alle nazioni in via di sviluppo attraverso l’iniziativa Covax alla quale anche Modi ha “promesso” di destinare più di 200 milioni di dosi per circa cento Paesi a basso reddito. Ad oggi è stato stimato che il 62% della sua fornitura globale sia stata destinata al sud-est asiatico, i cui Paesi hanno ricevuto sì donazioni ma hanno anche sottoscritto accordi commerciali per ulteriori dosi. Non è un caso che Pechino spinga proprio su queste nazioni al centro di ardue contese marittime e degli interessi della Belt and Road, così bisognosa di essere consolidata dopo un anno di stasi. Se, dunque, le due nazioni competono negli stessi teatri, partono da punti di forza differenti: Pechino è imbattibile in fatto di stoccaggio e trasporto (anche se sconta un’efficacia testata ancora molto bassa); New Delhi, invece, ha ritmi di produzione altissimi: il Serum Institute of India, la più grande fabbrica di vaccini al mondo, sforna il vaccino AstraZeneca a una velocità giornaliera di circa 2,5 milioni di dosi.
New Delhi, però, non sta giocando solo una gara con Pechino, ma sta puntando a ricostruire anche le sue relazioni con i vicini come il Nepal, il Bangladesh e lo Sri Lanka. Le relazioni tra India e Nepal, ad esempio, si sono incrinate nuovamente la scorsa estate dopo l’ennesima schermaglia di confine. I rapporti con il Bangladesh e lo Sri Lanka sono andati analogamente logorandosi e la Cina è stata un fattore decisivo, a vari livelli, in questi due casi. Più complesso è il caso del Pakistan, l’eterno frenemy indiano, nel quale Pechino ha fatto breccia da tempo. Il Pakistan, non sorprende, non è tra i Paesi che ricevono spedizioni di vaccini dall’India: il ministero degli Esteri indiano ha affermato di non aver ricevuto alcuna richiesta dal Pakistan a tal proposito. Il Paese, dal canto suo, ha iniziato la sua campagna di vaccini il 3 febbraio dopo aver ricevuto mezzo milione di dosi Sinopharm.
E la popolazione indiana?
La corsa con la Cina però sta già ponendo una serie di dubbi in termini di coerenza: sta forse l’India sacrificando la sfida interna contro il Covid per estendere il proprio soft power? I critici si sono chiesti se esportare preziose dosi di vaccino sia, infatti, la mossa giusta, invece di accelerare la campagna di vaccinazione interna che ancora langue. Il Paese, che ha il secondo maggior numero di casi di coronavirus al mondo, prevede di immunizzare 300 milioni di persone entro agosto. Ha vaccinato circa 3 milioni di operatori sanitari nelle prime due settimane della campagna iniziata il 16 gennaio e dovrà accelerare il ritmo per raggiungere l’obiettivo estivo sul quale Modi si gioca la sua credibilità futura.