Ieri il primo ministro indiano Narendra Modi ha twittato quanto segue: “Ho avuto una conversazione molto buona e approfondita con il mio amico, il presidente Putin. L’ho ringraziato per aver condiviso con me gli ultimi eventi in Ucraina. Abbiamo anche esaminato i progressi della nostra agenda bilaterale e confermato il nostro impegno a un ulteriore approfondimento della partnership strategica speciale e privilegiata tra Russia e India. Non vedo l’ora di accogliere il presidente Putin in India quest’anno”. Poche ma sentite parole che, nel linguaggio di noi semplici cittadini, equivalgono più o meno a un “vaffa” nei confronti di Donald Trump e della sua decisione di portare i dazi sulle merci indiane al 50% a partire dalla fine di agosto.
La minaccia della Casa Bianca si basa sul disavanzo che gli Usa registrano nella relazione commerciale con l’India. Nel 2024, le esportazioni di beni degli Stati Uniti verso l’India sono state di 41,5 miliardi di dollari, in aumento del 3,0% (1,2 miliardi di dollari) rispetto al 2023. Le importazioni di beni degli Stati Uniti dall’India nel 2024 sono state pari a 87,3 miliardi di dollari, in aumento del 4,5% (3,8 miliardi di dollari) rispetto al 2023. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con l’India è stato di 45,8 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 5,9% (2,6 miliardi di dollari) rispetto al 2023. Ma le manovre di Trump avevano anche un altro obiettivo: mettere un cuneo nelle relazioni cordiali che l’India, dallo scoppio della guerra in Ucraina, ha costruito con la Russia di Vladimir Putin, soprattutto dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici. Prima dell’invasione del 2022, l’India importava lo 0,2% del petrolio dalla Russia; ora, complici i prezzi favorevoli praticati dalla Russia, siamo arrivati al 45%, pari a circa 2 milioni di barili al giorno. Colpire l’India, quindi, serviva da un lato a ridurre il deficit commerciale bilaterale, dall’altro a minare una delle fonti più importanti di denaro che tengono in piedi il bilancio della Federazione Russa e, quindi, anche la sua macchina militare.
Peccato che, come abbiamo visto, l’India di Modi abbia risposto rivendicando il rapporto con la Russia, mandando il consigliere di Modi per la sicurezza nazionale, Ajit Doval, a consultarsi al Cremlino, firmando con Mosca un protocollo d’intesa per “l’espansione della cooperazione industriale e tecnologica” e bloccando le trattative per l’acquisto di un lotto di F-35 Made in Usa. Dal governo Modi è arrivata anche la pronta risposta a un’altra delle accuse di Trump, che imputa all’India di lucrare sul petrolio che compra in Russia a buon prezzo a rivende in Europa con ricarico, approfittando delle capacità produttiva della raffineria più grande del mondo, situata nello Stato del Gujarat. Ma come, è stato detto: prima ci spronavate a farlo per paura che in Europa non avessero petrolio, e ora ci dite di smettere? Per chi ci prendete?
Il vero bersaglio di Trump
Al di là delle questioni bilaterali, però, è difficile non vedere che l’azione di Trump è assai meno scoordinata di quanto possa sembrare e ha un obiettivo preciso: i BRICS. Prima dell’India è stato il Brasile a essere colpito con dazi del 50%, nonostante che nel 2024 gli Usa abbiano vantato nei suoi confronti un surplus commerciale di 6,8 miliardi di dollari, in crescita del 23,9% (1,3 miliardi di dollari) rispetto al 2023. E la prossima della lista potrebbe essere la Cina (anche a lei è stato chiesto di smettere di comprare petrolio russo, anche se Pechino ha già mostrato di essere un osso duro da rodere, anche per gli Stati Uniti. Nel mirino, insomma, ci sono, con la Russia, i Paesi fondatori dei BRICS, i pezzi da novanta del gruppo.
Nella sua campagna di medio-lungo termine per reindustrializzare gli Usa e mettere un freno allo sprofondo del bilancio federale, continuando però a tagliare le tasse al suo elettorato di riferimento (come ha scritto IngThink: “A ciò si aggiunge il Big Beautiful Bill Act del Presidente Trump, che estenderà ed amplierà gli ingenti tagli alle tasse introdotti nel 2017. Il Congressional Budget Office stima che ciò ridurrà le entrate fiscali di 3.700 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, mentre i tagli alla spesa proposti consentirebbero un risparmio di soli 1.300 miliardi di dollari”), Trump ha individuato un rischio di più breve termine: la ricerca di un’alternativa al dollaro nelle transazioni commerciali internazionali (e ai sistemi occidentali come lo SWIFT che le veicolano) che viene portata avanti dai BRICS.
La dedollarizzazione, di cui si è parlato molto nell’ultimo decennio e che tanto preoccupava Trump già in campagna elettorale (allora minacciava dazi del 100% contro i Paesi che volessero abbandonare la valuta Usa), resta allo stato dei fatti un miraggio, tanto che a gennaio 2025 il 50,17% dei pagamenti interbancari avveniva ancora in dollari (l’euro è poco sopra il 21%). Se ne sono accorti anche i Paesi BRICS che, infatti, hanno smesso di sognare una valuta alternativa e, nel summit di Kazan (Russia) dell’autunno 2024, hanno ipotizzato piuttosto un sistema alternativo di pagamento, che renda più facili le transazioni transfrontaliere nelle valute nazionali.
La prova di forza
La reazione di Trump è stata quella di lanciare una prova di forza, che segnala al contrario un’intima debolezza strategica: se il dollaro cessa di essere una specie di “servizio pubblico” a disposizione del commercio mondiale ma diventa un randello, uno strumento di ricatto a base di dazi nei confronti degli altri Paesi, la questione non riguarda più (solo) l’economia ma (anche) la sicurezza nazionale. Per Paesi come Brasile, Cina o India, accettare la forca caudina trumpiana (o dollaro o dazi) vuol dire accettare una riduzione della sovranità nazionale. Cosa, come si vede, inaccettabile. Tanto da ottenere l’effetto opposto, ovvero di accelerare il processo di coesione tra i BRICS, tra i Paesi maggiormente esposti al contrasto con gli Usa. Non è un caso se la relazione di Cina e India con la Russia non viene meno nemmeno in questa situazione. E non è un caso se tra Cina e India, Paesi tra loro lungamente ostili, negli ultimi tempi si registra un certo riavvicinamento. Modi e Xi Jinping si sono incontrati nell’ottobre 2024 al già citato summit di Kazan. In seguito, il ministro degli Esteri indiano Jaishankar ha incontrato più volte l’omologo cinese Wang Yi. In dicembre si è svolto a Pechino il 23° incontro tra i rappresentanti speciali di Cina e India, il primo dopo cinque anni. E infine è stato siglato un accordo per il pattugliamento congiunto delle zone di confine.
La politica anti-indiana di Trump potrebbe arrivare persino a duplicare, ma più in grande, il “caso Russia”. Investita da oltre 20 mila sanzioni da Occidente, la Russia ha trovato sbocchi commerciali e canali di rifornimento a Oriente. E i mercati dei due giganti asiatici hanno caratteristiche tali da renderli quasi complementari: l’India avrebbe bisogno dei capitali e delle tecnologie cinesi, la Cina avrebbe bisogno del mercato indiano per le esportazioni del suo surriscaldato sistema industriale. Qui la situazione è assai più complicata, ovviamente, ma Trump deve muoversi comunque con attenzione. E forse la fretta che mostra nel voler siglare un accordo con la Russia è motivata anche dalla necessità di non dover dar seguito alle minacce lanciate nei confronti dei Paesi che con la Russia sono in buoni rapporti. Minacce in teoria insidiose ma poi difficili da sostenere.
