Le più importanti nazioni dell’Asia sono state colpite, negli ultimi mesi, da incertezze ed instabilità legate all’attuale scenario politico e socio-sanitario regionale: l’epidemia in corso di coronavirus si è infatti abbattuta con violenza su Cina e Corea del Sud influenzandone le prospettive future mentre l’India, quasi immune dal contagio, è alle prese con problematiche di altro genere e legate strettamente alle dinamiche di politica interna. Le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza voluta dall’esecutivo nazionalista del premier Narendra Modi sono degenerate, nella capitale Nuova Delhi, in violenti scontri ( i più gravi da decenni) tra la comunità induista e quella musulmana: pesantissimo il bilancio finale di almeno quarantatre morti, migliaia di feriti ed una serie di gravi violenze commesse nei confronti dei musulmani. Il controverso provvedimento normativo continua dunque ad agitare il clima del Paese: secondo i critici sarebbe discriminatorio contro le persone di religione islamica, dato che renderebbe più facile l’acquisizione della cittadinanza da parte degli abitanti di alcuni Paesi musulmani confinanti.

Un pretesto

L’esecutivo di Narendra Modi ha invece negato ogni intento discriminatorio affermando che la legge è necessaria per tutelare le comunità non-musulmane perseguitate negli Stati di origine. Ciò non è comunque bastato ad arginare le proteste degli studenti e di una parte dei residenti islamici della capitale. Sembra, poi, che la legge sulla cittadinanza sia stato un pretesto per dar vita ad una serie di atti violenti molto gravi commessi, come riportato dal Guardian, in schiacciante maggioranza nei confronti dei musulmani ed in misura minore a parti inverse. Sullo sfondo, poi, c’è la complessa vicenda del Kashmir: il governo nazionalista e conservatore è intervenuto in questo Stato sin dallo scorso agosto, lo ha privato della sua autonomia ed ha espresso l’intenzione di favorirne l’integrazione con il resto dell’India. Questo obiettivo è stato perseguito anche con l’invio di truppe indiane nella regione, con una limitazione delle comunicazioni e del traffico internet ed una serie di arresti in loco. Le conseguenze più dirette sono state un peggioramento dei rapporti con il Pakistan, già tesi e difficili ed un forte aumento delle tensioni nello Stato del Kashmir, già in passato sede di violenti contrasti tra il governo centrale indiano ed i separatisti musulmani locali.

Le prospettive

Non si può negare che l’esecutivo di Narendra Modi abbia una visione programmatica piuttosto chiara e che si muova con decisione sullo scacchiere politico nazionale. Le conseguenze di questo atteggiamento, però, rischiano di riflettersi sull’armonia indiana, dove è presente il rischio di tensioni tra induisti e musulmani. Le violenze, poi, potrebbero danneggiare le prospettive economiche del Paese: il tasso di disoccupazione è al livello più alto degli ultimi quarantacinque anni mentre il tasso di crescita ha rallentato ad uno dei livelli più bassi dell’ultimo decennio. L’India ha bisogno di mantenere alti tassi di crescita per consentire a gran parte della popolazione di uscire da una condizione di povertà e per offrire un avvenire più stabile e prospero alle generazioni che verranno. Il fallimento di questo obiettivo potrebbe pregiudicare, seriamente, la tenuta del governo Modi e portarlo alla caduta nel medio-lungo termine.