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Sotto i grandi proclami della crescita cinese, c’è l’India, il grande e popoloso paese del sud-est asiatico, che nel giro di pochi anni, sulla scia di Pechino, potrebbe diventare la seconda potenza mondiale. 

Le analisi economiche di grandi esperti e centri di ricerca rivolgono ora lo sguardo alla tigre del grande sub-continente, già potenza demografica con il suo miliardo e 320 milioni di persone, pronta a far valere i suoi numeri e le sue potenzialità sullo scenario internazionale. 

Secondo le stime economiche riportate anche dalla Cnn, la crescita economica indiana nel 2017 si è attestata al 7,2% nell’ultimo trimestre del 2017, con un balzo in avanti di quasi un punto percentuale rispetto alle più rosee previsioni, registrando uno dei tassi di crescita maggiori di tutto il globo, battendo il notevole ma insufficiente 6,8% della Cina ed il “pallido” 2,5% degli Stati Uniti. Percentuali cui comunque nessun Paese europeo è in grado di tener testa. La crescita indiana, inoltre, riesce a trainare economie evidentemente povere come il Bangladesh, l’economia più “veloce” del mondo dal 2007 (quest’anno +13%), il Nepal (+7,4%) ed il Pakistan (+5,3%), che anche per ragioni di vicinato, subiscono l’effetto positivo della crescita del sub-continente.  

La fortuna indiana è stata costruita nell’ultimo anno, scrive Trading Economics, grazie a delle oculate politiche di spesa pubblica ed un notevole balzo in avanti degli investimenti, che ha portato nuovamente i livelli di crescita ai tassi dell’ultimo trimestre del 2016, dopo una spirale di decrescita causata da alcuni cambi di politica inaugurati quell’anno dal primo ministro Narendra Modi, con le quali si era registrata una flessione al 5,7% nel giro di un trimestre. 

Forbes identifica le ragioni della crescita in alcune politiche di sviluppo basilari: l’impiego delle risorse in surplus in tecnologie già conosciute, dunque abbattendo almeno al momento i costi di ricerca che invece gravano sull’economia cinese, che ora deve mettersi al pari delle più grandi potenze mondiali. Un altro punto, così definito, a favore dell’India, riguarda la capacità di attuare delle riforme economiche che strizzino l’occhio al libero mercato, riducendo i controlli sugli investimenti in entrata, riduzione delle barriere tariffarie sulla bilancia commerciale e l’allentamento sul controllo sui prezzi

I numeri per il futuro sembrano ancora più incoraggianti: secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2018 e nel 2019 il tasso di crescita dell’economia indiana dovrebbe attestarsi rispettivamente al 7,5 e al 7,7%. Sulla base di questi dati, anche le prospettive lungo periodo sono state più volte riviste: la ricerca effettuata da Price Waterhouse Cooper sull’evoluzione dell’economia mondiale da qui al 2050 fa parlare dei dati sorprendenti: tra poco più di trent’anni l’India dovrebbe superare gli Stati Uniti come seconda economia più grande del mondo, posta la dirompente e al momento inarrivabile forza cinese. Pechino e New Delhi, quindi, rappresenteranno da sole i due terzi dell’economia globale, con frazioni rispettivamente del 20 e del 15%, surclassando il 12% degli Stati Uniti e il 9% dell’Unione europea. 

Ancora tanta strada si dovrà però compiere sul sentiero del benessere collettivo. Ciò anche e soprattutto a causa del fatto che la popolazione dell’India sta crescendo anch’essa a ritmi più incalzanti del previsto. Se le prime stime delle Nazioni Unite prevedevano che la popolazione indiana avrebbe superato quella cinese entro il 2030, attestandosi ad un miliardo e mezzo di persone, tale obiettivo sarà raggiunto nel 2022. Nel frattempo si prevede che la popolazione cinese resti pressoché stabile fino al 2030, salvo poi subire un calo successivamente. Anche questi dati sono tuttavia imprevedibili, proprio a causa del fatto che la stessa Cina ha abolito la politica del figlio unico iniziata pochi anni fa, mentre l’India non sembrerebbe tuttavia interessata a porre dei controlli alle nascite. 

Su questa base, tanto ancora deve essere fatto a proposito delle politiche di welfare del Paese, che vanta ancora un reddito pro-capite che ammonta a circa un quarto di quello cinese. 

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