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L’India contemporanea, ancor più che in passato, si presenta, parafrasando la celebre descrizione della Russia di Winston Churchill, come “un rebus avvolto in un mistero che si trova dentro una contraddizione”.

Contraddizione è la parola chiave per raccontare l’attuale condizione dell’India e gli indirizzi verso cui si muoverà in futuro il suo sviluppo: contraddizione tra un posizionamento internazionale sempre più rilevante e una delicatissima fragilità interna; contraddizione tra un’identità nazionale mostrata dal Paese di fronte al resto del mondo e una variegata eterogeneità etnico-culturale molto spesso portatrice di tensioni; contraddizione tra le nuove, importanti opportunità che il mondo offre e coglie da un’India sempre più aperta ad esso e le ristrettezze a cui il governo di Nuova Delhi va incontro perpetrando l’annosa rivalità col Pakistan, adeguatamente ricambiato da Islamabad. Nessuna contraddizione, invece, tra l’ampiezza geografica dell’India e l’estensione delle disuguaglianze e del dimorfismo socio-economico ad essa interni: entro l’unico, ampio fuso orario del Paese, ma anche nei diversi quartieri di metropoli come Delhi, Kolkata e Mumbai, si possono riscontrare diversi fusi orari storici relativamente al tenore di vita della popolazione e alle possibilità di accesso ai servizi essenziali e alle opportunità che ad essa è concesso. Tali opposte pulsioni hanno un riflesso primario sulla condotta dell’attuale governo indiano e sulle politiche implementate dal Primo Ministro Narendra Modi e dai suoi ministri tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.Negli ultimi anni, Nuova Delhi ha sviluppato una strategia attiva in campo internazionale che riflette la crescente rilevanza dell’India sotto il profilo politico ed economico e la sempre maggiore rilevanza ricoperta dallo scenario in cui la strategia geopolitica del Paese si dispiega. Affrontando le nuove sfide operative, curiosamente, il governo del Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi si è trovato in una situazione decisamente peculiare, che ha visto una diretta connessione tra i nuovi interessi dell’India e le sue tradizionali istanze geopolitiche del Paese, connesse alla storica contrapposizione col confinante Pakistan e alla difficile relazione con la Cina, con la quale l’India coltiva un rapporto contraddittorio basato su una parallela incentivazione dell’integrazione economica e della conflittualità geopolitica.Le grandi aperture della Cina all’Oceano Indiano sono state molto spesso guardate con sospetto dagli ultimi governi di Nuova Delhi. L’India vede oltre l’80% dei suoi commerci transitare sulle rotte oceaniche, e di conseguenza possiede a sua volta un elevato interesse alla tutela della “superstrada marittima” e alla preservazione dei suoi interessi; negli ultimi anni, quasi di nascosto ma in maniera graduale, l’India ha concepito una strategia geopolitica volta a riequilibrare la crescente influenza cinese nell’area dell’Oceano Indiano. Per controbilanciare l’avvicinamento cinese a numerose nazioni asiatiche ed africane dell’area dell’Oceano Indiano come lo Sri Lanka e il Kenya, verificatosi sulla scia della convergenza diplomatica, economica e strategica, il piano d’azione dell’India ha mirato alla costruzione di stretti legami di natura analoga con Stati “complementari” a quelli entrati nell’orbita della Repubblica Popolare, stringendo vincoli solidi con Seychelles e Mauritius attraverso un’incentivazione della cooperazione politico-economica. Recentemente, il governo indiano di Modi ha segnato un punto a suo favore riuscendo a convincere Maldive, Seychelles e Mauritius a sviluppare sul loro territorio una serie di installazioni radar, per un totale di 32 impianti che, una volta completati, potrebbero garantire alle forze armate indiane di controllare il movimento di qualsiasi mezzo navale operante nel teatro oceanico.Direttamente connessa alle ambizioni di Pechino e Nuova Delhi sulle rotte oceaniche è l’attuale corsa al riarmo navale che vede impegnate India e Cina: nel caso dell’India, sono le portaerei a costituire il nerbo di un progetto che, secondo il Maritime Capabilites Perspective Plan del 2007, dovrà finalizzarsi con un incremento deciso dell’operatività della flotta indiana, che dovrà essere in grado di tutelare i traffici commerciali marittimi e difendere le zone costiere del Paese. Il programma di riarmo indiano è intenso e ben strutturato: nel luglio del 2015 è stato varato un piano da 61 miliardi di dollari che, in dodici anni, dovrà portare la flotta indiana a incrementare le sue dimensioni del 50%, schierando ben 41 nuovi vascelli. Tra questi, l’investimento più significativo sarà volto alla costruzione della Vikrant e della Vishat, le due grandi portaerei che affiancheranno la Vikramaditya di costruzione sovietica e rappresenteranno il principale sforzo della cantieristica navale indiana. La Vikrant entrerà in servizio nel 2018, mentre la Vishat, che dovrebbe venire completata entro il 2025, sarà la prima delle tre portaerei indiane a essere alimentata da energia nucleare.Mentre proseguono la loro rivalità strategica, in ogni caso, Cina e India mantengono aperto un importante corridoio diplomatico insistendo sulla possibilità di portare avanti progetti strategicamente convenienti ad entrambe: a partire dall’incontro tra il Primo Ministro cinese e l’allora omologo indiano Manmohan Singh a Dacca dell’ottobre 2013, infatti, proseguono in maniera serrata le discussioni per portare avanti il progetto di integrazione regionale del corridoio BCIM (Bangladesh, Cina, India, Myanmar) destinato a collegare Kolkata con Kuming e a interessare un’area di oltre 1,5 milioni di chilometri quadrati. Il corridoio BCIM è stato definito da Prem Sankar Jha, tra i maggiori studiosi del rapporto tra Pechino e Nuova Delhi, come la migliore occasione per evitare che l’India perda la possibilità di beneficiare della connettività del progetto One Belt, One Road e dei vantaggi economici ad esso connessi, mentre Xi Jinping e Narendra Modi hanno deciso di velocizzare l’iter che porterà all’avvio dei primi lavori infrastrutturali applicando il meccanismo del fast track alle negoziazioni per il corridoio BCIM nel giugno 2015. Il progetto rappresenta l’equivalente orientale del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), il quale al tempo stesso viene visto dall’India con sospetto, in quanto ritenuto il veicolo per un rafforzamento dell’asse geopolitico tra due Paesi storicamente alleati tra loro e concorrenti con Nuova Delhi, e la cui implementazione rappresenta il maggior ostacolo per il dispiegamento del corridoio BCIM.L’India, infatti, se da un lato intrattiene questo rapporto complesso con la Cina nel quale non mancano approcci decisamente pragmatici dall’altro si trova in una fase di acuta depressione nelle relazioni col suo vicino occidentale. In particolare, il Pakistan è accusato dal governo di Nuova Delhi di perseverare nelle provocazioni militari nell’area contesa col Kashmir e di aver indirettamente avvallato l’attacco compiuto lo scorso 18 settembre da un gruppo di terroristi appartenenti al gruppo Jaish-e-Mohammed contro una postazione indiana di confine, nel quale hanno perso la vita 17 soldati. Il Pakistan è stato definito da Modi “mothership of terrorism, e da settembre a oggi tra Islamabad e Nuova Delhi è sceso un gelo che riporta alla mente i periodi di massima tensione conosciuti dai due Paesi in passato e a cui potrebbe ovviare, sul lungo termine, il contemporaneo ingresso nel 2017 di India e Pakistan all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, l’associazione interstatale comprendente Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan, Tajikistan e Turkmenistan nata al fine di gestire le complesse dinamiche geopolitiche sviluppatesi nel contesto euroasiatico.È un’India propositiva e attiva quella che si cala nel contesto geopolitico asiatico ed oceanico, un’India che in ogni caso non deve dimenticare, nel corso del suo processo di sviluppo, la continua insorgenza di numerose problematiche che portano in emersione numerose fragilità sociali interne. Esse si sono palesate in maniera particolarmente intensa nel contesto della recente manovra monetaria condotta dal governo indiano: lo scorso 8 novembre, con l’intento dichiarato di decapitare la circolazione del denaro nell’economia sommersa e avviare il passaggio verso la digitalizzazione del sistema e una cashless economy, il governo ha imposto il ritiro dalla circolazione delle banconote da 500 e 1000 rupie, rappresentanti la stragrande maggioranza del corso legale nel Paese. Ciò ha portato alla scomparsa dalla circolazione di circa l’80% del contante, infliggendo un grave pregiudizio ai movimenti interni all’economia indiana e, soprattutto, alle possibilità di spesa della popolazione, che si è trovata di fronte a diversi problemi nella conversione delle banconote nei tagli aventi ancora valore legale. Ciò ha posto il governo di fronte alla realtà dei fatti: la politica si è rivelata eccessivamente drastica e radicale, dato che la pretesa di applicare una così rapida e diretta transizione al sistema digitale per favorire la concessione di crediti e risorse alle attività locali si è scontrata con la variegata situazione interna all’India. Politiche d’ampio respiro sul piano economico, in India, possano avere successo solo se mirano a risolvere problematiche endemiche e grossomodo omogenee all’interno del Paese come l’enorme disuguaglianza nella possibilità di accedere ai servizi essenziali e alle opportunità di cui è vittima una larga fetta della popolazione, tanto nelle aree rurali quanto negli slums delle enormi, contraddittorie metropoli.L’India combina dunque una visione strategica d’ampio raggio che punta a consolidare la posizione internazionale del Paese nel lungo periodo a una somma di difficoltà sul piano interno che spinge l’esecutivo a implementare politiche di breve termine troppo spesso improvvisate e contraddittorie. La grande sfida del XXI secolo, per l’India, sarà dunque la necessità di dover combinare una proiezione crescente negli scenari planetari a uno sviluppo più equilibrato e indirizzato sul piano interno, per evitare che tra i due diversi piani si venga a creare una situazione di squilibrio superiore a quella odierna, potenzialmente in grado di danneggiare gravemente le prospettive future del Paese.

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