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La chiamano la “democrazia più grande del mondo”. Conta oltre 1428,6 milioni di abitanti e un sistema politico che, almeno sulla carta, ricalca il funzionamento delle democrazie occidentali. Le figure apicali del suo governo sono scelte dal popolo, chiamato a premiare i propri rappresentanti in elezioni libere, e, almeno in teoria, garantisce le libertà individuali dei singoli cittadini. Può bastare, questo, per definire l’India una democrazia? Da quando, nel 2014, l’attuale primo ministro Narendra Modi è salito al potere, le credenziali democratiche del gigante asiatico hanno subito importanti battute d’arresto.

Nel 2021 la no-profit statunitense Freedom House ha declassato lo status dell’India da democrazia libera a “democrazia parzialmente libera”. L’Istituto V-Dem l’ha invece classificata come “autocrazia elettorale”, mentre nel Democracy Index dall’Economist Intelligence Unit del 2020 era crollata al 53esimo posto ed etichettata come “democrazia imperfetta”. Nell’ultima indagine sulla libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere, Delhi si è addirittura piazzata al 161esima su 180 Paesi. Tanto per capirci: la Russia di Vladimir Putin è dietro di appena tre posizioni.

Nonostante le preoccupazioni espresse da ong e think tank, gran parte dell’Occidente continua a considerare l’India una democrazia a tutti gli effetti. Gli Stati Uniti contano sul suo sostegno per arginare la minaccia cinese e i media fanno ormai a gara nell’elencare i vantaggi offerti dal mercato indiano. Modi, destinato a conquistare un inedito terzo mandato come primo ministro del Paese nelle elezioni attualmente in corso, è corteggiato da vari leader internazionali. Poco importa se il suo modus operandi erode il sistema democratico indiano. E cioè quella stessa democrazia per la quale, in più di un’occasione, i governi occidentali hanno scatenato guerre e imbastito sanzioni contro decine di “autocrati” e “dittatori”.

Il declino democratico dell’India

Modi cammina su un filo sempre più sottile. I detrattori lo accusano di aver divorato il cuore della democrazia indiana lasciandone intatto soltanto lo scheletro. Non è un caso che, poche settimane fa, Delhi si sia rivolta ad un importante think tank nazionale per sviluppare un indice di rating della democrazia interno, che dovrebbe aiutare il governo a contrastare i recenti declassamenti democratici rimediati nelle principali classifiche internazionali e scongiurare eventuali danni d’immagine.

Per gran parte della sua storia come Stato indipendente, l’India è stata una democrazia elettorale, sfidando la teoria del sociologo politico Seymour Lipset secondo cui le istituzioni e le culture democratiche prospererebbero solo nelle società ricche. Escludendo un periodo di emergenza negli anni ’70, quando le elezioni furono sospese, Delhi ha in effetti sempre raggiunto una soglia ideale per tenere elezioni libere ed eque.

Qualcosa è iniziato a cambiare in seguito all’ascesa al potere di Modi e del suo partito nazionalista indù di destra Bharatiya Janata Party (BJP). L’attuale primo ministro è accusato di aver indebolito, a proprio vantaggio, cinque delle principali istituzioni democratiche del Paese: i partiti politici, il governo, la stampa, la burocrazia e la magistratura. Modi è inoltre accusato di aver perseguitato gli oppositori politici e di affidarsi a finanziamenti politici opachi.

L’ultra nazionalismo di Modi

Il problema più grande per l’India coincide con l’humus politico-culturale dal quale provengono sia Modi che il BJP. Il governo del primo ministro si affida infatti ad una miscela di populismo e nazionalismo indù (Hindutva). Quest’ultimo concetto si è originato in seno al Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizzazione Nazionale di Volontariato, RSS), un gruppo nazionalista in stile paramilitare fondato nel 1925 per rinforzare i giovani indù, sia fisicamente che moralmente, in modo che potessero opporsi ai musulmani, all’epoca descritti come un pericolo per il mondo.

Ebbene, Modi si è unito all’RSS da bambino e vi ha dedicato la vita. Ha quindi fatto carriera in politica, diventando primo ministro del Gujarat (il suo Stato d’origine) nel 2001. Un anno più tardi, quando era nel pieno delle sue funzioni, avrebbe supervisionato un pogrom anti-musulmano che ha provocato circa 2.000 morti (il diretto interessato respinge ogni coinvolgimento). La polarizzazione religiosa consentì comunque a Modi di vincere le elezioni regionali del dicembre 2002. Successi simili si ripeterono nel 2007 e nel 2012, rendendolo l’ovvio candidato del BJP per ricoprire il ruolo di primo ministro del Paese nel 2014.

Da quel momento in poi Modi ha cercato in tutti i modi di ravvivare la gloriosa eredità indù precoloniale, usando come arma il sentimento anti musulmano in voga tra i nazionalisti indù. Poco importa se i suoi alleati di estrema destra e ultra nazionalisti, come lo Shiv Sena (Esercito di Shiva), il partito anti pachistano e anti immigrati al potere in Maharashtra e a Mumbai, hanno sempre più influenza nell’arena pubblica indiana. Secondo Morning Consult, nel novembre 2023 Modi poteva vantare il più alto indice di gradimento al mondo (78%) rispetto a qualsiasi altro leader democraticamente eletto al mondo.

Oggi, come detto, gli Usa e altre potenze occidentali fanno a gara per corteggiare l’India, ignorando la regressione democratica di Modi. Lo stesso leader, tra l’altro, che nel 2005 divenne la prima e unica persona a cui fu vietato l’ingresso negli Stati Uniti in base a una legge sull’immigrazione che rende i funzionari stranieri non idonei al visto a fronte di responsabilità “particolarmente gravi di violazioni della libertà religiosa”. I funzionari statunitensi avevano infatti accertato che Modi fosse rimasto a guardare durante le rivolte indù avvenute nel Gujarat nel 2002. Il divieto di visto gli sarebbe stato revocato quando divenne primo ministro nel 2014.

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