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La recente visita a Nuova Delhi del ministro talebano del Commercio, Alhaj Nooruddin Azizi, rappresenta uno degli sviluppi più sorprendenti nella diplomazia dell’Asia meridionale. Non si tratta di un gesto simbolico, ma del segnale di una lenta ricalibratura delle relazioni tra India e Afghanistan nel momento in cui il deterioramento dei rapporti con il Pakistan e l’attivismo cinese costringono Kabul e Nuova Delhi a riconsiderare le proprie priorità strategiche.

Il riavvicinamento India–Afghanistan

La riapertura dell’ambasciata indiana a Kabul, chiusa dopo la presa del potere dei Talebani nel 2021, ha segnato un primo passo. L’India non riconosce formalmente il governo talebano, ma sceglie la via del pragmatismo per contenere l’influenza cinese e mantenere un piede in un Paese decisivo per l’equilibrio dell’Asia centrale. La visita di Azizi si inserisce in questo quadro: attrarre investimenti, facilitare gli scambi e ridurre la dipendenza afgana dal Pakistan, oggi percepito a Kabul come un attore ostile.

La chiusura del confine pakistano nelle scorse settimane ha reso evidente la vulnerabilità dell’Afghanistan, Paese senza sbocco sul mare che cerca cereali, medicinali, macchinari e canali commerciali affidabili. Le accuse incrociate tra Islamabad e Kabul sull’ospitalità ai militanti del TTP hanno solo aggravato l’impasse.

Il corridoio iraniano e la centralità di Chabahar

Il punto di forza del nuovo asse indo-afghano è il porto iraniano di Chabahar, gestito dall’India. Si tratta dell’unico accesso stabile dell’Afghanistan al mare senza passare dal Pakistan. L’esenzione americana di sei mesi dalle sanzioni conferma che anche Washington considera Chabahar un tassello utile a contenere l’asse sino-pakistano.

Negli ultimi sei mesi il commercio afghano via Iran ha raggiunto 1,6 miliardi di dollari, superando quello con il Pakistan. Lo sviluppo dei porti asciutti a Nimroz, l’apertura di uffici commerciali bilaterali e la creazione di servizi di trasporto regolari tra Kabul e Chabahar sono tutti elementi che consolidano un corridoio alternativo destinato a cambiare la geografia economica dell’area.

Dove l’Italia vede instabilità, l’India vede opportunità

L’India punta ai settori più promettenti dell’economia afgana: farmaceutica, logistica del freddo, trasformazione agroalimentare e piccola industria. Settori in cui i costi sono bassi, la domanda è elevata e il ritorno politico è immediato. Per i Talebani, invece, la priorità è stabilizzare l’economia e rafforzare la propria legittimità interna attraverso infrastrutture, parchi industriali e progetti a rapida visibilità.

La semplificazione dei visti per gli operatori afghani, l’organizzazione di fiere e incontri B2B e la creazione di un gruppo di lavoro stabile con l’India rientrano in questa logica: mostrare una governance economica credibile, compensare l’isolamento diplomatico e contrastare la narrativa pakistana che dipinge Kabul come un santuario del terrorismo.

Il triangolo Kabul–Nuova Delhi–Islamabad

La visita di Azizi va letta nel contesto di una frattura crescente tra Talebani afghani e Pakistan, una relazione storicamente ambigua ma oggi attraversata da tensioni militari ed economiche. Islamabad accusa Kabul di ospitare i Talebani pakistani del TTP, mentre i Talebani afghani rifiutano qualsiasi subordinazione a un Paese che considerano responsabile di vent’anni di interferenze.

Per l’India, questo è lo scenario ideale: un Afghanistan meno dipendente dal Pakistan è un Afghanistan più aperto ai propri interessi strategici. Nuova Delhi osserva con attenzione il ruolo crescente della Cina attraverso corridoi infrastrutturali e sicurezza privata; e cerca di evitare che Kabul diventi un’altra pedina del grande gioco sino-pakistano.

Il pragmatismo, motore della diplomazia asiatica

L’incontro tra India e Talebani non inaugura un’alleanza, ma un patto di reciproca convenienza. L’Afghanistan cerca accesso ai mercati e alternative al Pakistan; l’India vuole contenere la Cina e ristabilire un perimetro di influenza nell’Asia centrale. In mezzo, si muove l’Iran, che offre a entrambi una via commerciale stabile.

È un tassello ulteriore della nuova geopolitica regionale: meno ideologia, più necessità; meno allineamenti rigidi, più manovre tattiche; meno isolamento, più interdipendenze in un’area dove ogni passo ridisegna equilibri strategici delicatissimi.

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