Sono giornate intense per la diplomazia russa. Dal Cremlino è arrivato l’ordine di serrare le file in tutte le aree di crisi in cui sono coinvolte le forze di Mosca. E il governo ha eseguito le direttive di Vladimir Putin con tutte le forze a disposizione, a partire dagli assi rappresentati da Sergei Lavrov e Sergei Shoigu, i due pilastri della strategia internazionale della Federazione russa.
La partita che sta giocando Putin è decisiva. La Russia, la sua Russia, si trova coinvolta in tutte le maggiori crisi che interessano il bacino del Mediterraneo allargato, dall’Ucraina alla Libia, passando per la Siria. E in tutte queste guerre, Putin si trova nella complicata condizione di essere attore decisivo ma allo stesso tempo costantemente a rischio di crollo. La guerra in Siria, dopo anni di conflitto, è rimasta ferma all’ultimo ridotto di Idlib. La crisi in Ucraina sembra non dover avere mai la parola fine. E in Libia, dove Mosca fino a pochi anni fa sembrava un attore secondario, è diventata appannaggio anche del Cremlino. La Russia c’è, eccome, in questo Mediterraneo. E c’è soprattutto insieme alla Turchia, che con Recep Tayyip Erdogan sembra intenzionata ad assumere un ruolo di primo piano all’interno delle gerarchie mediterranee scalzando i vecchi partner e rivali per imporsi quale potenza emergente.
Un’ascesa che la Russia sa di poter usare a proprio vantaggio – Erdogan non ha mai nascosto di essere un partner Nato tutto sommato poco avvezzo a eseguire gli ordini di Washington – ma che da Mosca gli strateghi guardano con sospetto. Vero che Erdogan ha mostrato più di una convergenza con Putin. Ma è anche vero che la Turchia non è mai stata un vero e proprio alleato della Russia. Anzi, tutto il contrario. E questa percezione gioca un ruolo decisivo negli assetti strategici di Ankara e Mosca, che sanno di non poter fidarsi troppo l’una dell’altra. Lo sa la Turchia, che proprio per questo motivo di uscire dalla Nato non ha alcuna intenzione (almeno nell’immediato). E lo sa anche la Russia, che non a caso ha individuato i turchi come interlocutori privilegiati, ma non ha mai considerato reale lo spostamento di Ankara nell’orbita orientale. Tanto è vero che Putin intrattiene rapporti eccellenti con i maggiori rivali della potenza turca, così come in ogni area di crisi i due Stati si trovano sui fronti contrapposti.
Di fronte a questa complessa composizione dello scacchiere mediterraneo, Mosca adesso ha un unico problema. Evitare che quelle guerre che sembrava aver vinto si trasformino in pantani da cui è costretta a liberarsi il prima possibile. La Siria, in cui Erdogan ha imposto un blocco all’avanzata russo-siriana a Idlib e dove gli Stati Uniti e gli alleati più che ritirarsi si muovono da una parte all’altra del territorio. E la Libia, dove l’alleato Khalifa Haftar ha iniziato ormai da un anno un sanguinoso e difficilissimo assedio di Tripoli, la città diventata ormai l’avamposto di Erdogan in territorio libico.
Una condizione pericolosa che rischia di trasformare le vittorie russe in un vero e proprio incubo. E per questo la diplomazia russa sta cercando di districare la fitta trama di interessi strategici che si dipana dalle coste libiche a quelle siriane. Partendo proprio dal ruolo svolto dalla Turchia e, di conseguenza, da quello che vuole fare la Nato. E la Libia può essere il simbolo di un cambio di passo di entrambi i blocchi. Soprattutto se, come sembra, il blocco occidentale abbia deciso per un nuovo intervento sullo scenario nordafricano, con l’Alleanza atlantica che osserva i destini della nuova missione europea e gli Stati Uniti che da qualche giorno appaiono molto meno disinteressate a ciò che succede tra Tripoli e Bengasi. Gli aerei spia americani non cessano di sorvolare i cieli davanti la Libia, l’ambasciatore Nordland sembra avere di nuovo un ruolo di primo piano nel conflitto, e l’emanazione euro.atlantica del Pentagono, cioè la Nato, non appare troppo distante da quella crisi. Specialmente se le potenze Nato pattugliano i mari e un’altra potenza Nato, la Turchia, è direttamente coinvolta nel conflitto garantendo la resistenza di Fayez al Sarraj con il possibile arrivo di miliziani e armi.
Uno scenario estremamente complesso e che non è certo passato inosservato dalla parti di Mosca, tanto è vero che la richiesta russa, in queste ore, è quella di coinvolgere sempre più le Nazioni Unite in Libia proprio per evitare che la missione europea davanti alle coste orientali si trasformi in un’operazione Nato. Così come non è ovviamente in discussione il rischio che la Turchia, da possibile partner, si trasformi in un rivale strategico in tutto il bacino mediterraneo, fino appunto alla roccaforte islamista di Idlib. Un pericolo che gli emissari russi hanno tenuto a ribadire anche durante la loro visita a Roma, a tal punto che il messaggio del Cremlino è stato sempre e soltanto uno: che sia l’Onu a prendere in mano la situazione in Libia. L’idea che Washington abbia preparato una trappola è un incubo che inquieta da molti mesi le rive della Moscova. E adesso l’obiettivo del presidente russo è spezzare l’assedio. O anche solo l’idea che questo possa avvenire.