L’incontro tra Donald Trump e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sembra esser stato un successo soprattutto per quanto riguarda il dossier libico, di centrale importanza per Roma. Ma l’Italia come deve reagire all’uscita di Trump che, durante la conferenza stampa, si è detto pronto a incontrare il leader iraniano  Hassan Rouhani?

Il faccia a faccia di ieri tra i due “outsider della politica” – come si sono definiti loro stessi – ha senza dubbio rafforzato l’immagine del presidente del Consiglio  Giuseppe Conte, figura che tra Di Maio e Salvini fatica a emergere.

La notizia di una  cabina di regia Italia-Usa per il Mediterraneo  per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani rimette nelle mani di Roma la possibilità di gestire quella che veniva considerata la quarta sponda del Paese e che, dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, è invece progressivamente entrata nella sfera d’influenza francese.

Gli sgambetti dei francesi che cercano di farci inciampare in Libia e in Niger potrebbero essere smorzati da un aperto sostegno statunitense all’Italia. L’incontro tra Trump e Conte non frenerà i francesi dal perseguire i loro obiettivi strategici, ma potrebbe aiutare a ridimensionare il ruolo egemone che Emmanuel Macron vuole ritagliare per la Francia, a discapito degli interessi nazionali italiani.

Tra gli argomenti più spinosi trattati dai due non ci sono solo state le sanzioni alla Russia. Trump è stato attaccato dal suo partito e dai vertici militari dopo l’incontro a Helsinki con il presidente russo  Vladimir Putin con l’accusa di essere stato troppo morbido e compiacente con un personaggio che, all’interno dei confini americani, viene considerato come il nemico numero uno. Dall’altra parte c’è un premier che ha inserito nel suo programma di governo l’abolizione delle sanzioni nei confronti di Mosca e che quindi non si può permettere di abbracciare l’attitudine statunitense nei confronti del Cremlino.

Non solo Russia perché tra i temi più scottanti c’è la Repubblica islamica dell’Iran. Hamid Aboutalebi, consigliere di Rouhani, ha risposto all’invito di Trump con un tweet spiegando brevemente che, finché “non ci sarà rispetto per la libertà dell’Iran, non si riducono i toni ostili e finché Washington non rientrerà nell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa)” non ci saranno le condizioni per un incontro tra i due leader.

احترام به ملت بزرگ ایران،
کاهش خصومت ها،
وبازگشت آمریکابه برجام،
هموارکننده مسیر سنگلاخ کنونی است؛ گفتگوی تلفنی روسای جمهوردوکشور درUN در۱۳۹۲،بر این باوراستواربودکه می توان با التزام به ابزارگفتگودرمسیر اعتمادسازی گام برداشت.
برجام دستاورد التزام به گفتگو است؛بایدآن را پذیرفت.

— Hamid Aboutalebi (@DrAboutalebi) 30 luglio 2018

L’Italia – anche attraverso il rappresentante dell’Ue per gli affari Esteri, Federica Mogherini – ha più volte espresso la volontà di mantenere l’accordo sul nucleare raggiunto dall’amministrazione Obama con Teheran. Se Roma riuscisse a ritagliarsi un ruolo di mediatore tra Iran e Stati Uniti – ruolo che Macron ha provato a richiedere per la Francia  pochi mesi fa –  l’Italia potrebbe rivelarsi come un ponte non solo per le relazioni russoamericane. Con tutti i vantaggi (e i rischi) che questo ruolo comporterebbe.

È presto per arrivare alle conclusioni dopo l’incontro tra Conte e Trump, ma l’Italia è sempre riuscita a esprimere il meglio in condizioni di grande instabilità come quella che viviamo oggi: gli spazi di manovra sono stretti e pieni di insidie. Però ci sono e sta al governo italiano riuscire a destreggiarsi tra potenze internazionali e dossier scottanti, sempre con la bussola che punti sulla difesa dell’interesse nazionale