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Recep Tayyip Erdogan Joe Biden avranno un incontro bilaterale a margine del summit Nato di Bruxelles di lunedì 14 giugno che sarà l’evento forse più importante nell’appuntamento annuale dei leader dell’Alleanza Atlantica. Ora più che mai la relazione tra Turchia e Stati Uniti è complessa, multiforme e complicata, ma Ankara e Washington sentono fortemente di avere bisogno l’una dell’altra. Di dover trovare un modus vivendi che eviti strappi e incomprensioni, regoli le questioni aperte in sospeso, rilanci una relazione fattasi contraddittoria negli ultimi anni a causa di una sostanziale crisi di sfiducia tra gli Stati Uniti e il Reis. Troppo diffidenti i primi delle giravolte geopolitiche del Sultano, attento a coltivare un rapporto strategico con Iran e Russia, troppo sospettoso il secondo della protezione accordata da Washington al mortale nemico Fetullah Gulen, ritenuto il manovratore del fallito golpe del 2016.

L’era Trump ha portato con sè un rinfocolamento di diverse tensioni bilaterali, lo sdoganamento di una vera e propria guerra valutaria Usa alla lira turca, il compattamento della Turchia attorno a obiettivi ritenuti antitetici o non pienamente conformi a quelli di Washington sul fronte degli scenari energetici mediterranei, della Libia, del gas naturale, della Siria. Ma al contempo il dinamismo turco non è mai stato pienamente disincentivato da Washington, che ha mirato piuttosto a incanalarlo in un livello di guardia accettabile, a evitare che le tensioni si scaricassero sugli scenari interni alla Nato puntellando l’alleata Grecia, a farne uno strumento indiretto di contenimento delle “puntate” della Russia nella sua sfera d’influenza. La geostrategia della Turchia di Erdogan, coniugando neo-ottomanesimo, panturchismo e una visione mediterranea sostanziata nella dottrina della “Patria Blu” (Mavi Vatan) è autonomista, vede Ankara non avere veri alleati al di fuori di sé stessa ma deve incardinarsi necessariamente a cavallo tra più aree, come l’Europa orientale, il Medio Oriente e le rotte marittime, nella disponibilità della sfera d’influenza di Washington.

Ora come ora, Biden e Erdogan possono certamente non amarsi e avere visioni del mondo fortemente diverse. Ma hanno estremamente bisogno l’uno dell’altro. “La Turchia per Biden, e in generale per la Nato, non è un alleato facile, ma a tratti è indispensabile”, scrive Formiche. “A patto — e questo è un mantra per Washington che con Ankara si rafforza — che accetti di gestire i propri limiti, magari di deciderli di comune accordo”. Le forze armate turche sono, tra quelle delle potenze non nucleari della Nato, tra le più grandi e maggiormente rodate in battaglia dell’Alleanza Atlantica, il Paese a cavallo tra Europa, Asia, Medio Oriente ha una valenza fondamentale e controlla fisicamente lo stretto dei Dardanelli che sono anello di congiunzione tra Mediterraneo e Mar Nero. Erdogan è un astuto giocatore che non disegna azzardi, ma “al di là della narrativa e della percezione collegata” ha “profonda consapevolezza” della volontà di Biden di mettere a sistema un dialogo continuo tra i partner Nato ed è disposto a concedere questo a Washington in cambio dell’accettazione dei diritti di inserimento “dalla Libia all’Iraq, dal Nagorno Karabakh al Corno d’Africa”.

L’innalzamento dei toni sotto il profilo retorico, inusuale tra partner formalmente alleati, ha scandito i rapporti turco-americani negli ultimi mesi. Biden ha spinto perchè Washington riconoscesse il genocidio armeno, suscitando le ire di Erdogan e ricevendo in cambio accuse di lassismo per il mancato stop imposto a Israele durante i recenti raid su Gaza, accusando l’omologo Usa di avere “le mani sporche di sangue”. Ma alzare il livello del confronto è fondamentale per esser riconosciuti dai turchi come interlocutori decisi a strappare concessioni e a trattare. Più della volontà turca di utilizzare gli S-400 contraerei russi o dell’esclusione di Ankara dal programma F-35 al tavolo del bilaterale peseranno i comuni interessi a un congelamento degli scenari regionali che vedono Usa e Turchia coinvolti (Iraq, Siria, Libia) per favorire una transizione che non garantisca né un arretramento della zona d’influenza di Ankara né una vittoria dei rivali di Washington in ogni scenario. Gli Stati Uniti, inoltre, puntano sul crescente radicamento del governo di Erdogan nel mondo musulmano e turcofono per avere una copertura logistica, politica, militare sul fronte dell’Afghanistan da cui stanno ritirando le truppe. Un accordo-quadro può evitare a Erdogan di incappare nelle sanzioni statunitensi che colpirebbero duramente la già debole lira turca, non a caso decisamente apprezzatasi dopo che dall’avvicinamento al meeting stavano emergendo segnali di fiducia.

Lo scenario è dunque complesso e in evoluzione. Ma Erdogan e Biden hanno entrambi interesse a stabilizzare una relazione fattasi “calda” negli ultimi anni. Due alleati politico-militari non devono necessariamente essere amici intimi: possono temersi, disprezzarsi o anche malcelatamente detestarsi, ma devono trovare un punto di convergenza su cui moderare la risoluzione delle controversie e decidere le linee di confine dei rispettivi interessi. Quanto Washington e Ankara vogliono ottenere dal meeting Biden-Erdogan è dunque un patto sistemico che aiuti a capire quanto la Turchia potrà ritagliarsi con la benedizione Usa uno spazio autonomo nella sfera d’influenza a stelle e strisce e quanto, invece, Washington potrà dirsi al sicuro da sbandate in termini di alleanze da parte di un Paese strategico per la sua architettura securitaria.