Quegli scenari inaspettati dietro le proteste in Iran

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Politica /

Le acque della politica iraniana tornano a essere turbolente. Il presidente americano Donald Trump ha revocato la sua adesione all’accordo sul nucleare, ha annunciato nuove dure sanzioni e sta facendo pressioni per convincere molti Paesi asiatici a non comprare più il petrolio iraniano. Molte aziende straniere stanno di nuovo lasciando il Paese o hanno comunque sospeso ogni attività in attesa di comprendere come andrà a finire.

In Iran sono di nuovo esplose le proteste, questa volta sono per lo più scioperi sparsi in tutto il Paese. Si scende in piazza per chiedere salari più alti o contro il carovita. Le manifestazioni dei lavoratori, come quelle di dicembre, sembrano essere partite dall’ala destra del regime per indebolire il presidente Rohani che aveva puntato tutto sulla stabilizzazione internazionale del Paese. La politica di Trump potrebbe essere una manna dal cielo per la destra del regime. Anche se, una volta innescata la fiamma, non si sa mai dove si fa a finire. Le proteste che oggi sono contro i khomeinisti moderati e che sembrano favorire quelli conservatori, potrebbero anche trasformarsi in proteste contro la Repubblica islamica. Ad oggi il risultato è imprevedibile. Sicuramente chi sostiene Rohani lo fa solamente perché è il male minore. Se si rendesse conto che le proteste della destra potrebbero rendere più instabile il regime, buttando benzina sulla rabbia dei poveri e della classe media, potrebbe in un secondo momento unirsi alle manifestazioni. Per ora, i riformisti, preferiscono astenersi, essendo ancora le proteste fomentate dalla Sepah, il corpo delle guardie rivoluzionarie khomeiniste, loro nemico giurato.



 Anche l’ex presidente, Ahmadinejad, che ha attualmente alcuni problemi giudiziari, ha molti conti in sospeso con il leader supremo Khamenei e potrebbe fomentare il malcontento.

I problemi economici stanno peggiorando, i prezzi cambiano di giorno in giorno, mentre prima cambiavano di mese in mese. Molti attendono a vendere prodotti in attesa di sapere come varieranno i prezzi. Esistono addirittura ben quattro cambi diversi, sia per l’euro, che per il dollaro, a seconda delle categorie di persone e professionisti che chiedono di cambiare. Il tasso peggiore ovviamente è quello a cui viene cambiato alla gente comune.

C’è talmente tanta carenza di moneta forte che il ministero dell’Economia ha chiesto agli iraniani di far circolare i dollari, gli euro e l’oro che detengono. A seguito delle politiche di Trump, l’Unione europea, la Russia e la Cina, pur non avendo rotto l’accordo, non riescono a fermare i timori delle loro imprese. In quanto le sanzioni americane, rimaste valide dagli anni della rivoluzione khomeinista, impediscono a qualunque azienda o banca che abbia rapporti con l’Iran, di accedere al mercato statunitense. Queste sanzioni, secondo il volere dell’ex presidente Barack Obama, avrebbero dovuto essere tolte negli anni, una volta dimostrato che l’Iran avesse rispettato i patti. Ora che Trump ha rotto gli accordi e vuole mettere nuove sanzioni, che si aggiungeranno alle altre, le aziende non americane sono costrette a scegliere se commerciare con gli Stati Uniti o con l’Iran.

Le politiche di Trump hanno fortemente indebolito il governo moderato di Rohani e favorito l’ala destra. La Sepah e i conservatori stanno anche tentando di limitare le politiche per incrementare il turismo volute da Rohani, anche per far circolare più dollari e euro nel paese.

Le proteste che scoppiano dovunque in questa fase sono quindi fomentate dalla destra che accusa il governo di non aver fatto ripartire l’economia del paese nonostante l’accordo con i nemici americani sul programma nucleare.

La maggioranza di chi di solito protesta contro il regime, paradossalmente in questa fase teme le manifestazioni, perché le vede sobillate da chi vuole isolare ancora di più la repubblica islamica. Ma la destra potrebbe aver sbagliato i suoi calcoli. La rabbia della gente è talmente trasversale, che se le proteste per motivazioni economiche si unissero a quelle dei laici, degli sciiti contrari alla cristallizzazione dell’interpretazione del Corano voluta dalla Repubblica islamica, a quelle dei sufi, delle tribù nomadi o delle minoranze culturali, ecco che il risultato diventerebbe incontrollabile. La storia insegna che quando la rabbia diventa un collante che non guarda poi tanto alle diverse ragioni da cui è scaturita, i regimi implodono. Solo dopo ci si torna a dividere e di solito, più che la maggioranza, prevalgono le forze più organizzate. In fondo è proprio così che le minoranze islamiste hanno “rubato” la rivoluzione iraniana del 1979.

Questo ancora non è accaduto, ma la situazione rimane davvero imprevedibile. Anche perché sotto le ceneri cova la dilaniante lotta per la successione all’anziano leader supremo Khamenei.

Una protesta di cui si è parlato meno, è quella del gruppo sufi dei Dervish Gunabadi. A febbraio durante una protesta pacifica la polizia li ha attaccati e ha arrestato il loro leader. Dopo questi eventi i sufi sono divenuti meno pacifici e durante una protesta contro l’arresto di un membro del gruppo religioso, un manifestante ha investito e ucciso tre poliziotti con un autobus. Un altro poliziotto è stato accoltellato. Gli agenti feriti sono stati una trentina. I Gunabadi accusano la Repubblica islamica di perseguitarli perché non credono nel dodicesimo Imam. Dopo le proteste la polizia ha giustiziato il responsabile delle manifestazioni.

La situazione è talmente fluida che nel Paese c’è perfino chi suggerisce di trattare con Trump o chi accusa Vladimir Putin e Bashar al Assad di distruggere l’Iran per i loro interessi, mentre all’estero anche il governo israeliano ha utilizzato il palcoscenico dei mondiali per lanciare dei messaggi al popolo iraniano incitandolo alla rivolta.

Il presidente Rohani, per tentare di ridurre le distanze con la destra del regime, ha minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz in caso gli Stati Uniti proseguissero nel tentativo di impedire all’Iran di vendere il petrolio. Se davvero il governo iraniano lo facesse, il commercio mondiale andrebbe in sofferenza. La mossa del presidente è stata apprezzata da alcuni conservatori. Per esempio il generale Qassem Soleimani, comandante delle guardie rivoluzionarie iraniane in Iraq e Siria, ha scritto una lettera dicendo di apprezzare le ultime parole del presidente Rohani. Perfino i giornali conservatori hanno inneggiato alla proposta di chiudere lo stretto di Hormuz. Vedremo quanto durerà la pace provvisoria che unisce molto fragilmente le tante anime del regime contro il nemico americano.