Un giro nella cosiddetta “Perla di Doha”, l’isola artificiale in cui è stato impiantato il quartiere più lussuoso della capitale del Qatar, può far ben intuire il potenziale dell’Italia in questo emirato affacciato sul Golfo. Sono molte le vetrine con in mostra marchi italiani, soprattutto nel campo dell’abbigliamento e della moda. Diversi ristoranti espongono ai facoltosi proprietari degli yatch menù e specialità della nostra cucina. Il nostro Paese in Qatar è quindi ben presente: “Speriamo che stavolta la nostra nazionale si qualifichi al mondiale – scherza al telefono un addetto della locale ambasciata italiana di Doha – perché potremmo ricevere un’ulteriore spinta agli occhi degli investitori locali”, con allusione al prossimo campionato del mondo di calcio di Qatar 2022. Una frase ironica ma che in realtà nasconde un gran fondo di verità.

La presenza italiana in Qatar

Sono almeno 50 le aziende del nostro Paese operanti in Qatar. Un numero confermato il 2 aprile scorso da un’intervista rilasciata su InsideOver da Giosafat Riganò, direttore dell’ufficio Ice di Doha: “Ma negli ultimi anni – ha sottolineato il diplomatico – sono state almeno 540 le imprese che hanno chiesto il nostro supporto”. Il primo settore a cui si pensa a proposito della presenza italiana in Qatar è quello edilizio e delle costruzioni. I mondiali del prossimo anno hanno attivato molti cantieri a cui le aziende del nostro Paese hanno partecipato. Alla costruzione della metropolitana di Doha, essenziale durante le competizioni sportive del dicembre 2022 per trasportare migliaia di persone tra stadi e strutture per gli addetti ai lavori, ha preso parte anche un’importante impresa italiana. Stesso discorso per i vari nuovi complessi ricettivi sorti in vista del mondiale.

Quello edilizio non è però l’unico settore in cui l’Italia è presente. Anche perché Qatar 2022 non è l’unico orizzonte di Doha. Il Paese arabo è impegnato in un altro progetto che ha come scadenza il 2030. Entro quell’anno una lunga serie di obiettivi relativi alla differenziazione economica dovranno essere raggiunti. Dalla transizione ecologica all’agricoltura, passando anche per la cosiddetta blue economy: sono soltanto alcuni dei campi dove il Qatar vuole svilupparsi e in cui anche l’Italia potrebbe fare la sua parte. Per il Paese arabo il decennio appena iniziato appare decisivo per il proprio futuro. Sfide importanti che, per un Paese come il nostro, potrebbero coincidere con notevoli e molteplici opportunità per decine di aziende.

Le aspettative in ambito politico

Non c’è però soltanto il contesto economico. Grazie all’estrazione di petrolio e soprattutto di gas, di cui Doha è tra i principali fornitori mondiali, l’emirato ha a disposizione notevoli risorse che lo hanno lanciato su altri fronti. A partire da quello politico. Il Qatar, nonostante le sue ridotte dimensioni territoriali, è infatti tra i principali attori regionali. Da sempre la sua linea politica è stata distinta rispetto a quella dell’Arabia Saudita, circostanza che ha generato tensioni tra i due Paesi. Nel 2017 si è anche arrivati all’imposizione, da parte saudita, di un pesante embargo nei confronti di Doha. Oggi quella crisi è in gran parte rientrata, ma le divergenze rimangono e il Qatar sta continuando ad applicare una propria precisa impostazione. A partire dal dossier libico, di certo quello che interessa più da vicino l’Italia. L’emirato ha sostenuto il passato governo di Fayez Al Sarraj in quanto da sempre tra i principali finanziatori dei Fratelli Musulmani. 

Un’arma a doppio taglio per Roma. Da un lato infatti l’appoggio alla fratellanza potrebbe essere visto come ostacolo al processo di pacificazione della Libia, dall’altro però è indubbio che l’Italia con il Qatar deve comunque mantenere un’importante via di dialogo. La vicinanza in campo economico e la forte presenza italiana a livello commerciale, potrebbero spingere a lungo termine Roma e Doha a potenziare maggiormente i propri contatti sotto il profilo politico. Gli ultimi governi italiani hanno sempre tenuto buoni rapporti con le autorità qatariote. Lo dimostrano le visite compiute nell’emirato da parte di diversi presidenti del consiglio alternatisi a Palazzo Chigi in epoca più recente. Le basi quindi per un maggiore sviluppo delle relazioni diplomatiche ci sono. Essere più presenti tra le sponde del Golfo, significherebbe per l’Italia incidere in modo importante per la sua agenda nella regione mediorientale.

La questione relativa all’appoggio ai Fratelli Musulmani

Il discorso sulla fratellanza va oltre la Libia. Riguarda la stabilità dell’intera regione sia mediterranea che del medio oriente. In poche parole, nell’intrecciare discorsi di natura politica e commerciale l’Italia deve tenere conto dell’importanza di richiamare all’isolamento delle frange più estremiste dei Fratelli Musulmani. Alcuni gruppi legati a questa costola dell’Islam politico sono ancora attivi all’interno degli scenari più caldi. Come ad esempio in Siria, dove i membri dell’ex brigata Al Tawhid sono dispiegati nel nord del Paese e occupano alcuni settori della provincia di Idlib, l’unica ancora parzialmente fuori dal controllo dell’esercito di Damasco. La brigata nel 2012 è stata costituita proprio con i fondi del Qatar e non ha mai fatto mistero dell’appartenenza all’universo dei Fratelli Musulmani. Tornando al dossier libico, altre fazioni affiliate alla fratellanza, quali ad esempio quelle che controllavano Bengasi e Derna in Libia fino al 2017, oggi vengono viste come possibili ostacoli all’unificazione del Paese nordafricano. Appare quindi evidente che il dialogo con Doha deve passare anche dalla centralità assunta dall’Islam politico nel raggio d’azione del piccolo emirato. Se l’Italia vuole giocare un ruolo per la stabilità della regione, non può trascurare questi elementi.

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