Oramai lo si può ufficialmente affermare: il governo targato Onu di Al Serraj in Libia è un ennesimo esperimento fallito da parte dell’occidente che, dopo aver destabilizzato il paese nordafricano, non riesce a trovare la quadra in un contesto frastagliato dalle lotte tutte interne tra fazioni e milizie.Per approfondire: Libia, la nuova meta dei jihadistiDue sono gli eventi di queste ultime settimane, che spingono ulteriormente negli scaffali della storia la breve vita del governo Al Serraj: da un lato la rimozione, da parte dello stesso premier (o presunto tale), di quattro ministri tutti provenienti dalla Cirenaica e dall’altra invece la visita del sempre più potente generale Haftar a Mosca. Per quanto riguarda la prima tematica, di fatto adesso il governo voluto dall’Onu non ha più rappresentanza dell’est del paese e quindi di fatto non è più di unità nazionale; piuttosto, esso oramai rappresenta a malapena la capitale e parte della Tripolitania, ma non riesce ad avere un apparato amministrativo e difensivo che possa dare quanto meno una parvenza di normalità in seno all’organizzazione di un eventuale futuro stato libico riunificato. Molti media occidentali, da alcuni giorni sottolineano l’avanzata delle forze del governo di Al Serraj a Sirte, capitale del califfato islamico in Libia; che l’Isis nella città natale di Gheddafi sia in difficoltà, è un dato conclamato ma non è l’esercito fedele ad Al Serraj ad avanzare per il semplice fatto che questo pseudo governo esercito non ne ha. Piuttosto, è preferibile parlare di milizie armate rappresentanti di locali poteri tribali o formatesi durante la guerra contro il governo di Gheddafi; sono questi gruppi, che da settimane giurano fedeltà a Tripoli, a mandare avanti la lotta contro l’Isis a Sirte con l’intento di arrivare prima del generale Haftar, il quale nel frattempo procede a liberare dalle milizie islamisteBengasi e Derna.Come detto sopra, proprio Haftar è l’altra chiave di volta per capire cosa sta accadendo in Libia in queste ore ed evidenziare il fallimento del velleitario tentativo Onu di ristabilire un governo unitario in quel di Tripoli; Haftar, oltre ad avere una milizia tutta per sé che oggi appare come l’unica composizione di militari libici in grado di assomigliare ad un esercito, è un uomo che da anni è sulla cresta dell’onda, capace di muoversi nei fili più sottili delle ragnatele diplomatiche con un’abilità riconosciuta da molti.Da ragazzo, quando è uno dei militari più emergenti dell’esercito di Gheddafi, viene addestrato dai sovietici che alla Libia governata dall’ex rais negli anni 70 ed 80 non hanno mai fatto mancare alcun sostegno; poi diventa oppositore del capo della Jamahiriya e vola negli Usa, dove è per anni in stretto contatto con la Cia. Haftar sa quindi cosa vuol dire avere a che fare sia con Mosca che con Washington e sta cercando nell’attuale contesto di posizionarsi come uomo forte del paese, con cui dover fare i conti nel futuro assetto della Libia. Il suo viaggio a Mosca, confermato dal sito Sputnik, mostra proprio questa circostanza: Al Serraj è debole, è imposto dall’occidente ed il suo governo non ha vita lunga, in Cirenaica invece Haftar può far pesare il ‘suo’ esercito che da mesi aspira ad essere avanguardia contro le minacce tafkire.Esser ricevuto al Cremlino, assicura ad Haftar un certo riconoscimento internazionale ma non solo: il generale è molto vicino all’Egitto, che con Al Sisi ha abbandonato la sua posizione esclusivamente filo Usa per riavvicinarsi molto a Mosca. Haftar, che inoltre viene anche considerato come il braccio armato del parlamento di Tobruk (l’altra entità nazionale chiamata ad esprimersi a favore di Al Serraj assieme all’ex governo islamico di Tripoli, ma che spesso ha negato la fiducia al governo voluto dall’Onu), si inserisce in questo asse sfruttando anche la vicinanza proprio di Tobruk con la Francia, la quale ha molti interessi in Cirenaica.Non solo armi, che nonostante l’embargo arrivano in Libia (tanto in Tripolitania quanto in Cirenaica) in grandi quantità da diversi mesi a questa parte, Haftar a Mosca ha come obiettivo primario quello del riconoscimento di personaggio libico in grado di garantire gli interessi di tutte gli attori internazionali sulla Cirenaica, a partire da quell’Egitto mai così vicino a Mosca come negli ultimi 30 anni. Una posizione di garante quindi, che potrebbe aprire diversi scenari per il futuro del paese; in mezzo ad un caos di grandi dimensioni, Haftar potrebbe essere uno dei pochi punti fermi su cui poter puntare e su cui poter far convergere nei prossimi mesi anche altre milizie ed altri attori internazionali che prevedono il fallimento definitivo del governo di Al Serraj.Nel frattempo, come detto in precedenza, l’Isis arretra e questa è una buona notizia per tutti; pur tuttavia, se la Libia continua ad essere un ‘buco nero’ nel cuore del Mediterraneo, la stabilità dell’intera regione così come anche la sicurezza presso le nostre coste, è a forte rischio e non può essere garantita. Dopo la caduta di Gheddafi, più che parlare di balcanizzazione è bene parlare di vera e propria implosione dello stato libico; non ci sono entità etniche o territoriali a reclamare autonomia ed indipendenza sul campo, bensì un mosaico di fazioni incontrollate ed incontrollabili che allungano i tempi per rivedere quanto meno un primo nucleo di stato in Libia: Haftar questo lo sa e spera di poter emergere dal caos come unica forza in grado di essere riconosciuta quale garante dei molteplici interessi che molti attori internazionali hanno sul suo paese.Per approfondire: Truppe Usa allo sbaraglio in LibiaIn tal senso, i segnali che arrivano dalla Cirenaica vanno in questa direzione; con il prossimo fallimento del governo Al Serraj, costituito con l’unico scopo di avere un interlocutore a Tripoli in grado di chiedere ‘aiuto internazionale’ e dare quindi il casus belli in mano a molti governi occidentali, nella regione di Bengasi alcuni uomini appartenenti alle forze speciali inglesi, francesi, ma anche italiane e giordane, si sarebbero posizionati in delle basi militari per dare manforte agli uomini di Haftar ed addestrare il suo esercito.Un occidente che si rende conto del fallimento della sua politica in Libia, stanco esso stesso del caos che ha creato alle porte di casa, potrebbe optare per quella che Crispin Blunt, deputato dei Tory a Londra, definisce come ‘scorciatoia Haftar’: convergere su di lui potrebbe essere l’occasione per ristabilire un minimo di stabilità in questo buco nero mediterraneo che si è venuto a creare con l’insensata cacciata di Gheddafi, approfittando anche delle difficoltà del califfato e dell’indebolimento della minaccia dell’ISIS.